domenica 31 dicembre 2017

Siddhartha Prestinari a Fattitaliani: un attore archivia situazioni, ricordi, posture, emozioni che propone nei suoi personaggi. L'intervista

Al Teatro Marconi di Roma - fino al 7 gennaio - Testimone di Nozze con Siddhartha Prestinari, Felice della Corte, Maria Vittoria Argenti, Massimo Ceccovecchi. Regia e adattamento di Felice Della Corte e Siddharta Prestinari. Aiuto Regia: Rebecca Righetti. Scene: Giulia Colombo. Costumi: Lucia Mirabile.

È Siddhartha Prestinari a prestare voce e volto al personaggio di Lilly, fidanzata con Benny (Felice della Corte)  e prossima alle nozze. La commedia mette in risalto la caducità della coppia e dell’amore ed è ricca di colpi di scena. Il tema è stato trattato spesso al cinema ed in televisione ma in questa commedia offre maggiori spunti di riflessione, indagando maggiormente sui sentimenti e su ciò che rende fragili uomini e donne nel rapporto di coppia. 
Nella Commedia “Testimone di nozze” di Jean-Luc Lemoin interpreti Lilly, che personaggio è? 
Sono la futura sposa, sono fidanzata con Benny da ben dodici anni e dopo aver rodato il nostro rapporto abbiamo deciso di convolare a nozze. Pur essendo una coppia matura decidiamo di fare il grande passo.


Perché perdi le staffe quando Benny decide di invitare a cena Luca (Massimo Ceccovecchi) il testimone di nozze con Elynea la fidanzata (Maria Vittoria Argenti)? 
Mi arrabbio perché non sapevo che lui fosse fidanzato di nuovo. Prima uscivamo in quattro con la sua precedente fidanzata che era una mia carissima amica. Si erano lasciati due anni prima della cena e lui aveva agito in malo modo, l’aveva fatta molto soffrire. Questa cosa la tollero con grande fatica perché trovo che sia una persona molto scorretta, impulsiva e poco sincera. Questo è il preambolo e quando vengo a scoprire che è addirittura fidanzato e si presenta con questa bellissima ragazza che potrebbe essere quasi la figlia, lì non ci vedo più. Perdo totalmente il senso della ragione.
La tua carriera parte con la danza, sei figlia d’arte e hai studiato mimo con Marcel Marceau che ricordi hai di quell’esperienza? 
Ho un ricordo molto bello, avevo dieci anni. Mia madre aveva organizzato questo seminario e con lui c’era anche Lindsay Kemp che faceva uno spettacolo a Montepulciano. L’avevo già conosciuto molto prima perché mia madre era una sua allieva. Con me era molto tenero e in quell’occasione quando ho studiato con lui aveva un particolare affetto nei miei confronti perché ero abbastanza portata per l’arte del mimo e per lui da bravo “nonno” vedere un giovane talento così curioso lo inorgogliva. Quando andavo a vedere i suoi spettacoli ero sempre in estasi. Ho imparato l’arte del silenzio anche grazie a lui.
La prima regola per un attore è la naturalezza e la capacità di comunicare emozioni anche senza l’ausilio della parola. Che ne pensi? 
È la mia regola di base, l’ho imparata da mia madre, da Maestri americani, da spettatrice, lavorando come coach, quando insegno a giovani artisti o colleghi che si vogliono preparare. A mio avviso la parola è bellissima ma se non è sostenuta dall’emozione è soltanto indicativa. Riuscire a recitare un'emozione, la tensione, la gioia, il piacere, l’erotismo, il silenzio, la comunicazione corporea, per l’attore è una grandissima possibilità.

“L’ho imparato da spettatrice”. Non pensi che il pubblico sia abbastanza indisciplinato? 
È vero, il pubblico è molto indisciplinato nel seguire la storia, i personaggi, nell’arrivare in ritardo a teatro. Spesso noi attori ci ritroviamo dietro le quinte ad aspettare gruppi che stanno cercando parcheggio. È un’indisciplina che rasenta il paradosso. Credo moltissimo nel teatro come specchio della società in cui si può ridere, si può ragionare, si può semplicemente evadere. È un contesto molto utile per crescere, per divertirsi e per confrontarsi. Diamo forza al Teatro.
Nel 1999 hai messo in scena “La voce umana” di Jean Cocteau. Com’è nata l’idea? 
L’idea è nata da mia madre che mi ha diretto in questo testo che lei ha amato moltissimo. Stavo sperimentando in maniera molto intensa tutto il lavoro del metodo che avevo fatto, è nato un po’ per gioco e come il libro di cui porto il nome “Siddhartha” sono quelle occasioni che ogni tanto nella vita ti si ripropongono e che mi piace riconsiderare. L’abbandono di un amore a venti anni ha una forza, a quaranta ne ha un’altra e probabilmente a sessanta, settanta ne ha un’altra ancora. È nato come esperimento ed anche di quello ne ho un bellissimo ricordo. 
Di recente hai condotto una Master Class con il Metodo Strasberg. Cosa consiglieresti a dei giovani che volessero intraprendere la tua carriera?  Fortunatamente io lavoro tanto con Master Class con attori giovani e colleghi. Il consiglio che posso dare a prescindere dalle tante scuole che ci sono e non necessariamente la scuola che propongo io che ho imparato da mia madre e da questi maestri americani, non è necessariamente il verbo. Quello che dico sempre io è che un attore deve essere curioso, deve essere una spugna, deve rubare. Ecco perché dico da spettatrice perché io stessa lo sono tutti i giorni, nella metropolitana, alla fermata dell’autobus, quando vado a teatro, quando sono alla Posta per pagare le bollette. Ognuno di noi racconta delle cose ed ognuno di noi ha il dovere di carpire tanti piccoli segmenti delle persone che gli stanno accanto. Archiviare situazioni, ricordi, posture, emozioni, per poi proporle nei suoi personaggi.  
Foto di Valerio Faccini


Elisabetta Ruffolo
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