martedì 5 dicembre 2017

Kaos 2017: Iacono, Lo Bue e Bellavia finalisti con il romanzo collettivo "La bellezza dell'acqua". L'intervista di Fattitaliani

Appuntamento il prossimo fine settimana del 9 e 10 dicembre all'Accademia delle Belle Arti "Michelangelo" di Agrigento con l'edizione 2017 di Kaos, Festival dell’editoria, della legalità e dell’identità siciliana: fra i libri finalisti per la sezione narrativa c'è "La bellezza dell'acqua" opera collettiva di tre autori: Alberto Bellavia, Adriana Iacono, Lia Lo Bue. Fattitaliani li ha intervistati.
La scrittura a tre nasce da una comune esperienza: la vogliamo riassumere?
Alberto BellaviaIl progetto, ambizioso e stimolante, è nato da un’idea di Beatrice Monroy: scavare a fondo in un fatto di cronaca dimenticato per portare alla luce storie di uomini e donne in una Agrigento lontana. A noi il compito di creare le storie, nel tentativo di concatenarle a laboratorio finito. Il progetto si realizza in parte: solo noi tre - spinti dalla Monroy - proseguiamo. Dopo un anno e mezzo di lavoro, il romanzo ha preso forma.
Adriana Iacono: Scrivere un romanzo collettivo è una bella esperienza di condivisione e confronto. Tutto è nato da un laboratorio di scrittura con Beatrice Monroy, così come viene raccontato nel libro. Da questa scintilla iniziale prende il via la nostra esperienza comune e anche il nostro romanzo.
Lia Lo Bue: L’esperienza della scrittura a tre nasce dal secondo laboratorio  di scrittura creativa con quella che i miei amici ed io consideriamo un po’ la nostra mentore, la scrittrice Beatrice Monroy. Durante questo laboratorio, tenutosi nei locali della scuola di Adriana Iacono, l’Eurolingue, abbiamo scritto del caso Tandoj. Dopo che l’avventura si è conclusa e  gli altri colleghi (in tutto eravamo una decina) hanno intrapreso strade diverse, noi, invece, incoraggiati da Beatrice che ha creduto in  noi e nei nostri personaggi, abbiamo unito forze e racconti proseguendo nel cammino di scrittura. Il colpo di fortuna è stato l’incontro con la nostra casa editrice Leima di Palermo, magistralmente guidata da Renato Magistro, coadiuvato da splendidi collaboratori, che ha accettato subito di pubblicare il nostro lavoro.
In fase di scrittura come vi siete organizzati? avete diviso i compiti e qualcuno si è particolarmente dedicato a una parte?
Alberto BellaviaAll’inizio ci siamo concentrati molto sulla caratterizzazione dei nostri personaggi; era un’esperienza nuova, un work in progress continuo. Col tempo abbiamo cominciato a ragionare in osmosi, creando legami, entrando e uscendo gli uni dai personaggi e dalle storie degli altri.
Adriana Iacono: Alla fine del laboratorio ognuno di noi aveva una storia con un personaggio: Don Calo, Cetti e Gerlando che abbiamo inserito in una struttura da romanzo che li contenesse tutti e li legasse sia alla vicenda del caso Tandoj sia al  presente. Abbiamo costruito un racconto nel racconto alternando storie  del passato con la realtà dell’Agrigento contemporanea.
Lia Lo Bue: La fase di scrittura, quando abbiamo decido di procedere insieme, era stata in un certo senso già completata  perché i racconti dei  tre personaggi, Gerlando, Cetti e Don Calò, erano stati già scritti e tutti si muovevano all’interno della vicenda Tandoj  venendo a contatto con i diversi  protagonisti reali :il commissario, sua moglie, i coniugi La Loggia etc. Rimaneva però un compito ben più arduo  :amalgamare i nostri pezzi in un’opera che fosse coesa e unitaria, pur mantenendo le personalità e gli stili completamente diversi dei tre autori. Abbiamo dovuto  anche eliminare le contraddizioni nella storia e quando  i personaggi degli altri scrittori entravano nei  vari pezzi abbiamo anche dovuto farli  parlare e agire rispettandoci vicendevolmente .Ognuno di noi tre ha dovuto indossare delicatamente  i panni degli altri.
Confrontandovi tra voi non potevano esserci problemi d'incoerenza a livello stilistico e formale?
Alberto BellaviaCome detto, appena terminato il laboratorio, avevamo tre idee e tre progetti differenti. È stato il costante confronto, l’assidua frequenza a renderci più malleabili, a conoscere lo stile dell’altro, a interiorizzarlo, rielaborarlo, farne qualcosa di nuovo, ma al tempo stesso personale. Siamo tre caratteri “forti”, nessuno ha rinunciato alla propria voce, ma ognuno ha ascoltato l’altro con rispetto e smussato i propri angoli.
Adriana Iacono: Abbiamo scritto il nostro romanzo collettivo conservando ognuno il proprio stile e la propria originalità eppure chi lo legge dice che sembra scritto da una sola mano. Si è creata un’alchimia che ha reso il tutto coeso e armonico nonostante le differenze.
Lia Lo Bue: Il confronto, il tempo dedicato alla correzione, il labor limae, la voglia di rendere il lavoro finito un bel lavoro, tutti questi elementi  hanno  evitato qualsiasi problema a livello stilistico e formale. Abbiamo letto singolarmente e insieme le diverse parti con unico obiettivo: rendere bella e piacevole alla lettura la nostra creatura; nessun problema neanche a livello di rapporti interpersonali … anzi…
Qual è il contesto dentro il quale vengono uccisi il commissario Tandoj e il giovane Ninni Damanti?
Alberto BellaviaIo sono “giovane” rispetto a quanto accaduto negli anni ’60. Per me è stato difficile orientarmi in quella realtà. Eppure il contesto dell’omicidio non è poi così diverso da quello attuale. C’è solo più indifferenza, ormai certe dinamiche non stupiscono più come un tempo. È stato comunque interessante scoprire un’Agrigento ingannevole, una città sommersa (termine che non utilizzo a caso), una piccola città di perbenisti e criminali. Cosa c’è di più affascinante di scoprire che tutti hanno un lato oscuro… Ancora oggi, parlando di Tandoj si avverte morbosità, ci si avvicina in silenzio, si fanno occhiolini complici.
Adriana Iacono: Il delitto Tandoj è stato considerato un omicidio passionale inizialmente ma si trattava di un depistaggio mafioso. Agrigento nel 1960 non era la cittadina tranquilla che tutti credevano. Il caso Tandoj ha portato alla luce fatti e scandali impensabili per l’epoca. Tandoj rimane una figura ambigua mentre la morte del giovane Ninni Damanti ha aperto una ferita che stenta a rimarginarsi e chiede ancora giustizia. 
Lia Lo Bue: L’Agrigento che descriviamo è una città che non esiste più fisicamente, distrutta dal saccheggio urbanistico a cui fu sottoposta dall’inizio degli anni '60. Di quell’epoca rimangono però i ricordi di chi c’era, i problemi legati al malgoverno di una città dove il bene comune soccombe dinanzi agli interessi privati e soprattutto rimangono immutate le contraddizioni, le verità taciute, le mezze verità, l’omertà e la tendenza del popolo agrigentino di cercare nell’apparenza una introvabile consistenza.
Attraverso il viaggio intrapreso con la scrittura sotto quale aspetto vi siete reciprocamente conosciuti meglio? che cosa avete imparato l'uno dagli altri?
Alberto BellaviaSe ci siamo conosciuti meglio? Non saprei… sicuramente in certi momenti ognuno di noi ha abbassato la guardia, si è sbilanciato se così vogliamo dire. Cosa abbiamo imparato? Che scrivere è Riscrivere, che gli altri sono sia una limitazione che un arricchimento, che solo ammettendo l’equilibrio tra questi poli si può arrivare insieme a un traguardo. E noi ci siamo riusciti.
Adriana Iacono: È stato bello affrontare questa esperienza insieme. L’alchimia della nostra amicizia si è poi riversata nella nostra scrittura.
Lia Lo Bue: Personalmente io ho imparato molto dal punto di vista stilistico, il lavoro con i miei colleghi mi ha arricchito tantissimo  insegnandomi anche a calibrare le mie intemperanze o la mia esuberanza caratteriale che si rispecchiavano ovviamente nella scrittura. Ho imparato altresì che più punti di vista  migliorano  e completano. Mi rattrista molto però constatare che in molti campi il lavoro d’équipe sia ancora guardato con sospetto. Noi l’abbiamo apprezzato!
Che cosa sperate che il lettore senta/provi alla fine del libro?
Alberto Bellavia: Io spero solo che il lettore trovi una storia nella quale identificarsi, qualcosa che gli faccia dire “io c’ero” o “lo ricordo anche io”… noi abbiamo cercato di evocare l’atmosfera più che la cronaca, la vibrazione di un’eco lontana, ma che vibra ancora nel diaframma della nostra memoria collettiva. Il giudizio spetta alla Storia o alla Giustizia, noi volevamo solo parlare di uomini.
Adriana Iacono: Ci piacerebbe che il lettore si confrontasse col passato, con le vicende drammatiche che hanno determinato la morte di un giovane innocente e trovasse la forza di guardare il presente con una nuova consapevolezza.
Lia Lo Bue: Io spero che i lettori della bellezza dell’acqua possano alla fine sentirsi coinvolti dalla storia, emozionandosi  fino alle lacrime dinanzi all’amore di Cetti per il suo Ninni, provando compassione e tenerezza  per la solitudine disperata di Gerlando e sorridendo della mirabile piccineria di Don Calò che si piega ma non si spezza. Vorrei che la nostra bellezza dell’acqua  strappasse il velo di paura e di inconsapevolezza che ci impedisce di ribellarci e gridare  davanti alle ingiustizie tutte,  come quella, per esempio, subita dalla famiglia Damanti. Infine, vorrei che la magia e il mistero che serpeggiano in tutto il libro, grazie anche al nostro personaggio misterioso, ammaliassero i lettori così come hanno ammaliato noi.
Giovanni Zambito.
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