lunedì 18 dicembre 2017

I capponi politici (non mi resta che piangere)

Che sono orfano politico lo dico da un pezzo: sono rimasto senza un partito di riferimento, perché non ce n’è più uno che si meriti la mia stima. Continuo a votare, cercando di scegliere ogni volta il meno peggio, ma è una fatica sempre più grande.

Per un po’ ho sperato nei Cinque Stelle, e al mio municipio di Roma (ex “Circoscrizione”) li ho pure votati per metterli alla prova su problemi concreti che l’amministrazione precedente aveva lasciato irrisolti. Non è cambiato niente.
Ho continuato a tenerli d’occhio, i Cinque Stelle, e mi è pure capitato di trovarmi d’accordo su qualche cosa, in qualche caso anche importante; ma nemmeno a farlo apposta, tutte le volte succedeva poi qualcosa che mi faceva rizzare i capelli in testa.
Ve ne dico tre.
Una è stata, tempo fa, la risposta di Fico a Belpietro che gli chiedeva pacatamente, con quell’antipatico sorrisino permanente agli angoli delle labbra, se il M5S fosse pro o contro l’Euro. Mi aspettavo una risposta comprensibile e invece Fico ha snocciolato una serie di parole senza senso e finalmente, incalzato, (“Sì, Fico, ma io le ho chiesto se siete per o contro l’euro...”) se n’è uscito con un incredibile “Chiederemo al web”.
Chiederemo al weeeb? Ma come, io che ho passato una vita nei commerci internazionali e nel business administration non sono ancora riuscito a farmi su questa cosa un’idea accurata, e tu fai decidere una cosa del genere al weeeb? Ci sono cose che si devono lasciare fare a specialisti di fiducia, accidenti. Un chirurgo lo valuti in base alle sue qualifiche, e non vorresti certo che in sala operatoria incidesse col bisturi qui o là in funzione del voto espresso “dal web”. Dalla Sanità si passerebbe alla demoinsanità; e analogamente, dalla democrazia alla demopazzia.
Un’altra cosa che mi ha colpito è stata la convocazione arrivata dalla DIGOS di Palermo a una mia parente stretta perché andasse a riconoscere o disconoscere la firma, che era fra quelle raccolte dal M5S a Palermo nel 2012.  So la storia di prima mano perché in quel momento la persona era a Roma, e l’ho accompagnata personalmente alla DIGOS della capitale. Qualcuno degli indagati aveva detto che “le firme erano autentiche ma non si leggevano bene, e allora erano state ricalcate”. A parte il fatto che non sarebbe stato comunque un peccatuccio veniale, era una bugia: l’interessata quella firma non l’aveva messa mai, ed è rimasta con la curiosità di sapere come gli aspiranti candidati M5S si fossero procurati il numero del suo documento di identità. Forse da qualcuno all’interno del comune di Palermo? C’è il pericolo che rimanga  un mistero, perché – guarda caso – nessuno degli indagati ha scelto il rito abbreviato, e nel 2018 il reato sarà prescritto.
Certo, va detto che i grillini coinvolti sono stati invitati ad autosospendersi, o sono stati sospesi d’autorità dal M5S; ma va detto anche che quando a organizzare la falsificazione è un gruppone di 14 candidati, non uno o due, non si può non interrogarsi su quanto “diverso” sia un intero movimento, o di quanto presto faccia a diventare come gli altri partiti su cui punta (spesso giustamente) il dito.
L’ultima delusione me l’ha data Di Maio in questi giorni con la storia delle pensioni: non solo per la enorme cantonata che ha preso, ma per il modo vecchiopolitico-anguillesco con cui ha tentato di uscirsene quando è stato messo all’angolo. Anzi: quando ci si è messo da solo. Come sapete, prima ha detto che tagliando le pensioni sopra i 5000 euro si sarebbero risparmiati 12,8 miliardi.  Gli hanno fatto notare che era vero, ma a patto di AZZERARE completamene le pensioni al di sopra dei 5000 lordi; in altre parole, cancellare le pensioni di poco inferiori ai 3000 euro/mese. Ovviamente la stupidata ha attirato nugoli di critiche dagli avversari, e Di Maio ha annaspato tentando di raccontare che lui si riferiva a risparmi in più anni, e alle pensioni oltre i 5000 € netti. E ha preso la seconda cantonata: gli hanno contestato che anche in questo modo i conti non tornavano e che si sarebbero dovute azzerare totalmente quelle pensioni.
Azzerare, signori miei, non significa “ridurre”, ma portare a zero. E dal momento che la maggior parte delle pensioni sono frutto di versamenti reali, in soldoni, consegnati allo Stato “sulla fiducia”, come quando si accende una polizza assicurativa, azzerare una pensione significa sequestrare quanto versato, cambiando unilateralmente le regole sottoscritte dalle parti. Una cosa illegale come una rapina. Di Maio non può non saperlo; e allora, se lo sa, vuol dire che è rimasto vittima di un suo spericolato tentativo di acchiappare consensi fra i tantissimi che decenni di cattiva gestione della cosa pubblica hanno reso disperati e arrabbiati, raccontando loro cose sbagliate.
Ma alla fine come ha tentato di uscirsene? Con la tipica contromossa che odio in qualsiasi politico, e cioè tirando in ballo le “colpe” degli altri: “Renzi vuole distogliere l’opinione pubblica da bancopoli”.  E che significa? Vogliamo sapere tutto anche di bancopoli, ma è un altro argomento. Non cambiamo le carte in tavola.
Se avesse dichiarato, con semplicità, “Ho detto una cazzata” mi sarebbe piaciuto di più, perché sarebbe stato più in linea con l’idea che mi ero fatto dei Cinque Stelle. E invece ragiona e agisce già come quelli che critica. 
Per sua buona pace penso che l’opinione pubblica, di cui dimostra nei fatti di non avere molta stima, sia capace di rilevare sia le fesserie che dice lui, e il perché le dice, che gli errori del PD. Ma anche gli errori di tutta una sinistra litigiosa e persa nei personalismi, e quelli dell’impresentabile accozzaglia di destra.
Quindi il primo che mi dice che ho scritto quanto precede perché ce l’ho con i M5S, non ha capito niente. Io ce l’ho con tutta la mediocre classe politica italiana. In toto. Come ho scritto altrove, la sua terribile responsabilità è quella di non capire che noi italiani ci stiamo giocando l’avvenire. Mentre loro fanno come i manzoniani capponi di Renzo, che si beccavano l’un l’altro mentre andavano verso la morte, in Italia non viene stimolata la crescita, soffocata da mafie, inefficienze e sprechi, mentre a due passi da casa nostra chi fa i grandi giochi – USA, Russia, adesso pure la Turchia, ma anche unao pseudo-partner europeo come la Francia – ci porta verso un destino di progressivo impoverimento, precarietà e vassallaggio economico.  Ma loro,  politici-capponi, presi come sono da una politichetta miope e di piccolo cabotaggio indirizzata alla personale sopravvivenza,  non ci badano.

Insomma, si è capito perché sono orfano politico?

Carlo Barbieri


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Carlo Barbieri è uno scrittore nato a Palermo. Ha vissuto a Palermo, Catania, Teheran, il Cairo e adesso fa la spola fra Roma e la Sicilia. Un “Siciliano d’alto mare” secondo la definizione di Nisticò che piace a Camilleri, ma “con una lunga gomena che lo ha sempre tenuto legato alla sua terra”, come precisa lo stesso Barbieri. Scrive su Fattitaliani, Ultima Voce e Malgrado Tutto, testata a cui hanno collaborato Sciascia, Bufalino e Camilleri. Ha pubblicato fra l’altro le raccolte di racconti “Pilipintò-Racconti da bagno per Siciliani e non” e "Uno sì e Uno no" (D. Flaccovio Editore); i gialli “La pietra al collo” (ripubblicato da IlSole24Ore) e “Il morto con la zebiba” (candidato al premio Scerbanenco 2015), ambedue con Todaro Editore ; "Il marchio sulle labbra" (premiato al Giallo Garda), "Assassinio alla Targa Florio" e "La difesa del bufalo, tutti e tre con D. Flaccovio Editore. Suoi scritti sono stati premiati al Premio Internazionale Città di Cattolica, al Premio di letteratura umoristica Umberto Domina, al Premio Città di Sassari e al Premio Città di Torino. I suoi libri sono reperibili anche online, in cartaceo ed ebook, su LaFeltrinelli.it e altri store.