venerdì 1 dicembre 2017

David Gramiccioli a Fattitaliani: Rino Gaetano è un patrimonio assoluto del cantautorato italiano. L'intervista

Al Barnum Seminteatro di Roma, il 2 dicembre andrà in scena “Avrei voluto un amico come lui - Omaggio a Rino Gaetano” di e con David Gramiccioli.  Regia di Angela Turchini. Direzione tecnica: Michele Rizzi. 
Non ero mai stata in questo Teatro ed in tanti anni avevo visto poche cose del Teatro inchiesta e devo dire che oltre ad Antonio Grosso anche David Gramiccioli ha saputo condurre me e gli altri spettatori in un caleidoscopio di emozioni, gioia, sorrisi, lasciando spazio a mille riflessioni. Lo fa in maniera diretta, a volte coinvolgendo il pubblico e “costringendolo” ad aprire i cassetti della memoria mentre cuore e mente fanno un balzo vertiginoso nel tempo ed in alcune cose pensi “C’ero anch’io”. Gramiccioli veterano del Teatro d’inchiesta e d’impegno civile è un grande narratore che affronta grandi temi quasi con leggiadria ma mostrando sempre la verità dei fatti. 
L’omaggio a Rino Gaetano è superlativo. Rino che aveva vissuto il suo momento di grande celebrità nel 1978 con “Gianna” il suo pezzo più famoso ma forse anche la sua “croce”. Aveva subito la popolarità improvvisa anche se in pochi capivano la sua musica ma “se si facesse un’esegetica dei suoi brani, scopriremmo un mondo”. Subì anche la mutilazione per “non urtare i piani alti”. Rino alla fine degli anni ’70 guardava già oltre, era consapevole che i suoi brani in futuro sarebbero stati riabilitati dalle future generazioni. Nella sua grandezza umana e artistica fu consegnato giovane all’immortalità.  
Cos’è la Compagnia del Teatro artistico d’inchiesta? 
E’ stata istituita nel 2012 all’indomani del Premio Italia per i diritti umani che mi riconobbero perché avevo fatto un’inchiesta sulla pedofilia. Da quel momento la grande passione per il teatro divenne l’occasione per portare il nostro Teatro d’inchiesta sociale nel luogo più sacro del racconto, il Teatro che diventa un luogo bellissimo dove raccontare le vicende umane. Dal 2012 con “Ultima missione. Destinazione Inferno” facciamo nascere la Compagnia del Teatro artistico d’Inchiesta. La cosa curiosa è che all’indomani della consegna del Premio ci fu una sovraesposizione per me, mi chiesero di raccontare la storia di Pantani o di Agnelli e mia cognata mi chiese di raccontare la storia di Rino Gaetano. Chiesi “Il cantautore?” Detto con molta franchezza lo conoscevo per sommi capi. Lei rispose “Se tu facessi un’esegetica dei suoi brani, scopriresti un mondo”. Un po’ per vocazione verso l’inchiesta, un po’   affascinato dal modo in cui mia cognata raccontò Rino, iniziai a lavorare su quest’opera e scoprii un mondo. All’inizio quando lo portammo al Teatro delle Muse facemmo una settimana di sold-out perché Rino è amato, idolatrato. La famiglia non era contentissima di questo e dissero che non sarebbero venuti perché dopo la fiction sarebbe stata un’altra porcheria su Rino. Invece rimasero sorpresi ed adottarono la pièce come opera morale per ricordarlo. E’ piaciuta da morire alla sorella Anna, al nipote ed il 2 giugno siamo sempre invitati alla ricorrenza della morte di Rino. Che dire? E’ quello che ha raccontato meglio la storia di questo Paese. 
L’Italia è la Patria naturale della Cultura e dell’Arte, secondo te perché entrambe vengono poco considerate da chi ci governa? 
Sono persone rozze, Franceschini ha quella sensibilità con la quale osservare l’arte. Per conoscere ed apprezzare l’arte, bisogna essere persone di una cultura umana abissale ma non di una cultura che ti fai sui libri o cattedratica ma umana. Quando un vecchietto, nel cuore della cinta senese mi disse “ma dove dovevano nascere i pittori più grandi della storia se non in Toscana?” Loro aprivano la porta di casa e si lasciavano ispirare dalla meraviglia della natura che ti aiuta a costruire un’arte meravigliosa. Il meglio di sé l’Italia l’ha dato nell’arte. Purtroppo quelle che sono state le origini del nostro patrimonio e che il mondo ci riconosce ancora come primato, non sono valorizzati dai nostri politici perché mancano di cultura umana. 
Con Omaggio a Rino Gaetano, fai un excursus nella storia, partendo dalla Legge Truffa dopo la nascita della Repubblica fino quasi ad arrivare ai giorni nostri. Negli anni 70 il braccio armato del potere occulto e deviato era Franco Giuseppucci, il primo Capo della banda della Magliana. Lo stesso potere oggi è rappresentato da Massimo Carminati. Quali sono le differenze e quali le similitudini tra i due? 
Carminati rispetto a Giuseppucci ha avuto la fortuna di non morire giovane. Gli illeciti non cambiano ma cambiano le location, i tempi, le cose ma il potere che si serve della criminalità viaggia su quelle coordinate che sono standard. La criminalità serviva il potere negli anni 70 e lo fa tutt’ora che siamo nel 2017, con interessi diversi, perché mentre la Banda della Magliana era la criminalità banditesca c’era anche tutta una criminalità eversiva legata alla politica. E’ il disordine che serve al potere per promettere l’ordine ai cittadini. 
In che modo Rino Gaetano ha segnato un’epoca e la musica leggera? 
Rino è un fuori tempo, quando era in vita venne apprezzato per un paio di canzoni, Gianna con la quale arrivò terzo a Sanremo del 1978.Secondo me Rino doveva vincere quell’edizione per ricompensarlo di una grande amarezza. Lui doveva andare a Sanremo con Nun te reggae più, cambiarono il brano ed i discografici gli dissero che avrebbe vinto e lui rispose “Non voglio vincere è già troppa la popolarità che sto vivendo in queste 24 h. Vinsero i Matia Bazar, al secondo posto la Oxa e terzo Rino Gaetano. La grande popolarità gli è arrivata da Gianna, forse la canzone che meno rappresenta la vis introspettiva, polemica, rivoluzionaria di Rino. Il testo di Nun te reggae più venne scoperto molti anni dopo, in realtà piacque quella musicalità, era un brano ballabile. Con la musica leggera credo c’entri poco, Rino è un patrimonio assoluto del cantautorato italiano e se è vero che De Andrè è stato il poeta del pentagramma, Rino ne è stato il vero rivoluzionario. Ha cantato “Fabbricando case, Il cielo è sempre più blu, Nun te reggo più che venne originariamente censurata, vennero tolti i nomi di Sindona, Ventriglia che era il Capo del Banco di Napoli, di Aldo Moro, di Nino Rovelli, di Cruciani dello scandalo Lockheed. La versione originale con la sottrazione di quei nomi, divenne mutila per l’edizione discografica. Il ritornello “amore mio, amore mio” inizialmente era Amoro mio, Amoro mio, anagrammando il nome di Aldo Moro e qui sorge l’interrogativo “Perché impedirono di andare a cantare una canzone con questo ritornello, un mese prima del sequestro? Perché forse già sapevano tutto? Rino nella sua grandezza assoluta e nell’amara consapevolezza che può avere solo il genio assoluto cantava “ma chi mi sente, la gente non ha acqua, non arriva a fine mese ma chi mi sente”. Era anche consapevole che i suoi testi sarebbero stati riabilitati dalle nuove generazioni. Oggi Rino è il cantante più amato dai giovani e se chiedi agli storici della musica italiana perché, ti rispondono “Perché oggi manca uno come lui”. Non è vero perché Rino era già presente a quell’epoca, è stato presente da quarant’anni a questa parte, alla musica ed alla società ed al costume italiano. Oggi c’è un’amplificazione della realtà e della notizia che purtroppo mancava all’epoca. C’è internet che se usato bene serve ma se usato in maniera smodata anche la Rete diventa un Inferno. Rino era lui, è lui e sarà sempre lui. Rino Gaetano è morto per un tragico, banale ed irreversibile incidente stradale.  Non ci sono dietro la massoneria né i servizi segreti anche perché questi poteri l’avevano già ucciso prima, dal punto di vista mediatico. Rino diceva a Mogol “perché mi danno un sacco di soldi per le ospitate televisive? Per cantare tre minuti anche in play back mi danno quanto prende un operaio in un anno di lavoro e anche di sacrificio. Le sue canzoni in realtà non gliele hanno mai fatte cantare. “Sfiorivano le viole” ha fatto da sottofondo a “Certe notti” di Antonio Grosso ed è poesia ancora oggi.


Elisabetta Ruffolo