lunedì 6 novembre 2017

Teatro, "La spiaggia". Paola Minaccioni e Luca De Bei a Fattitaliani: tutte le sere una ricerca. L'intervista

Al Teatro della Cometa di Roma fino al 12 novembre “La Spiaggia” di Luca De Bei con Paola MInaccioni. Scene di Dario Dato. Costumi Lucia Mariani. Luci Marco Laudando. Produzione erretiteatro30.

Una donna ed una spiaggia come luogo dell’anima che ben interpreta le emozioni di Irene alla ricerca di un dialogo con il padre che l’ha abbandonata da piccola. 
Il testo è talmente poetico ed evocativo che riesce facile entrare in empatia con le parole dell’autore e interpretare Irene, sola sulla spiaggia con una borsa di paglia. E’ come se fosse in una scatola di giochi. Attraversa le varie fasi della vita, l’infanzia, l’adolescenza e poi donna e madre ma non abbandona mai la sua ricerca. Mille stati d’animo che sono evocati da suoni, se lei è arrabbiata, si sentono i gabbiani garrucare forte ed il mare è in tempesta. Se lei è tranquilla il mare è calmo. Paola Minaccioni ha definito lo spettacolo senza rete, continua a studiarlo ma con una grande vitalità. Irene va indietro nel tempo e tutti noi ci riconosciamo nel suo senso di vuoto, di mancanza, di essere riconosciuti, di essere ascoltati. Mille sfaccettature emozionali che la Minaccioni interpreta straordinariamente e li rende così bene che noi tutti siamo con lei sulla spiaggia a lanciare ciottoli che saltano sull’acqua, a parlare con il signore in ciabatte e costume da bagno. Grande testo e grande la bravura della Minaccioni che ha tirato fuori la sua dolcezza e ci ha reso partecipi delle sue emozioni. Il pubblico in sala è silenzioso, ascolta attento e poi alla fine si scioglie in un lungo applauso, tanti sono con le lacrime agli occhi.

Una celebre attrice trasformista ed uno dei più grandi autori teatrali. Come nasce l’incontro? 

Sono da sempre una sua fan, sono andata a vedere i suoi spettacoli, ne sentivo parlare e Luca a un certo punto mi ha parlato di questo testo, negli anni ci abbiamo girato intorno per una serie di motivi e finalmente siamo riusciti a realizzare questa produzione e questo bellissimo spettacolo.

Luca da tempo la corteggiavi artisticamente e poi alla fine sei riuscito ad averla… Sì l’ho corteggiata!

“Per il Testo perché volevo già lavorare con lui” precisa subito Paola. 
Sapevo che per “La spiaggia” ci voleva un’attrice come lei, capace di essere sia ironica che intensa e di essere un folletto. Lei è un po’ donna, un po’ bambina, è un po’ tutto. L’altro giorno mi ha colpito perché durante lo spettacolo, lei si trasforma in scena in una maniera così incredibile che mi chiedo chi sia. Sono pochissime le attrici che nello spettacolo non perdono la propria personalità. Tu l’hai definita una trasformista ma io la definisco un’interprete, si trasforma perché entra nel personaggio. La maggior parte delle attrici italiane hanno tutte la loro allure o la loro personalità o il loro impegno. Non se ne dimenticano loro e non ce ne dimentichiamo neanche noi. Quando l’ho chiesto a Paola, fino a quando non mi ha detto sì, non l’ho chiesto a nessun altra.
Come sei riuscita ad interpretare Irene? 
E’ tutte le sere una ricerca. La soluzione è scritta, nel senso che il testo è talmente poetico, forte ed evocativo ed avendo un briciolo di sensibilità, basta a renderti empatico con le parole dell’autore. Luca ti cura tantissimo, mi ha costruito una scatola meravigliosa intorno, la scatola dei giochi. La stanza è naturalmente all’aperto e sono molto protetta. E’ uno spettacolo senza rete ed ancora oggi non so che spettacolo faccio la sera, invece quando faccio i miei spettacoli comici oppure le commedie è anche più semplice. Riesco ad avere una percezione molto chiara di quello che sta succedendo. In questo spettacolo ancora studio ma è una bellissima sensazione di grande vitalità.
Un testo drammatico con molte sfaccettature emozionali. Qual è stata la più difficile? 
Luca ha fatto un miracolo. Nella vita non sono un personaggio, anzi sparisco: che è un po’ la mia qualità ma anche il mio difetto. Negli anni mi sono costruita una corazza per difendermi e spesso quando devo essere rancorosa uso l’aggressività, cosa che Luca mi ha tolto ed è riuscito a farmi scoprire delle cose mie che mi sono entrate talmente dentro e adesso non ne sono neanche più cosciente. Moltissime persone che hanno visto lo spettacolo mi hanno parlato della mia dolcezza che ho sempre avuto ma non l’avevo mai mostrata. Non ho mai pensato che la dolcezza potesse essere qualcosa di efficace ma solo per una mia paura prima nella vita e poi soprattutto sul palcoscenico. 
Luca, perché la spiaggia come metafora della ricerca di Irene?  
La spiaggia è un luogo dell’anima, dove altro avrei potuto ambientare questa storia? Un luogo che è sempre uguale a se stesso come l’animo dei personaggi. “La terra sconosciuta” di cui parlava Schnitzler e poi perché c’è anche tantissimo della mia infanzia, la spiaggia su cui sono cresciuto da bambino e la conosco come una persona, conosco i suoi odori, i suoi sapori. Mi piaceva raccontare la storia di una donna che si riflette nel paesaggio, infatti ci sono dei momenti in cui lei è turbata ed il mare è in tempesta. Sul finale dove lei ha trovato una pacificazione con se stessa, il mare è tranquillo. Quando lei è agitata, ci sono le grida forti dei gabbiani. Come dicevo spesso nelle prove è uno sturm und drang che si ha quando il poeta trova un corrispettivo del proprio animo nella natura. Da qui, il famoso dipinto “il viandante nella nebbia” oppure una persona che sta vivendo un grande conflitto emozionale e si placa davanti ad un uragano. La spiaggia molto più di un altro luogo poteva diventare uno specchio dell’animo del personaggio. 
Paola, nello spettacolo cosa hai portato della tua parte bambina che ognuno di noi non abbandona mai? 
Come diceva Luca non ho una grande divisione tra la bambina e l’adulta. Ci sono io e basta. Luca ha delle corde con le quali riesce a farmi risuonare delle cose mie o per associazione o per esperienza diretta, il senso di vuoto, di mancanza, di riconoscimento, essere ascoltati. Di queste cose, chi più e chi meno ne abbiamo sofferto tutti. Alcune persone ne sono meno coscienti, altre di più ed è una cosa che dentro di me risuona. In questo mi sento molto simile alla storia e a Irene.
Il complimento più bello o più curioso che avete ricevuto in camerino? 
Persone commosse con gli occhi lucidi che mi guardavano stupite dal fatto che stessi bene e loro invece ancora assaporavano una certa emozione e mi guardavano come se ci fossimo raccontati un segreto. Come se avessimo qualcosa in comune che prima non avevamo, un altro tipo d’intimità. Ecco questo è un bellissimo complimento che era negli occhi e non nelle parole. 
Giro a Luca la curiosità di uno spettatore che si chiedeva il perché della scelta di lasciarla da sola in scena… 
La possibilità del monologo è unica, una forma con la quale ti puoi permettere un linguaggio che nel rapporto a due non ti puoi permettere. Nel monologo si stabilisce un patto tra l’attore e lo spettatore. L’attore nello stesso tempo, interpreta e racconta. Ci si può permettere anche un linguaggio poetico, per esempio quando Paola dice che con la sabbia si possono costruire Cattedrali, minareti ed altro, sono termini che in un dialogo a due è difficile perché si va più direttamente nella quotidianità. Ci sono comunque autori che hanno scritto dialoghi bellissimi ma il monologo interiore apre delle possibilità più ampie. Il personaggio che interpreta Paola va indietro nel tempo. E’ tutto un lungo flash back e a volte ha delle accelerazioni verso un flash flower, improvvisamente rivela delle cose che il pubblico avrebbe saputo in una dimensione lineare, mezz’ora dopo. Lei invece l’anticipa. Il monologo è un suo genere e soprattutto sono un suo grande difensore. Ne ho fatto uno bellissimo di Vittorio Moroni “Il grande Mago”. Il monologo è teatro. Paola è talmente brava ad evocare tutti i personaggi attorno a lei e la sera vedo la figlia, i suoi due uomini, il padre, il signore in ciabatte e costume da bagno che si presenta sulla spiaggia. Lei li rende concreti, vivi e non penso che il pubblico percepisca il monologo come pesante.

Elisabetta Ruffolo