mercoledì 29 novembre 2017

Segnalibro, Bruno Brundisini a Fattitaliani: ne “Il chiodo nel pupazzo” la denuncia del male. L'intervista

Protagonista odierno della rubrica "Segnalibro" è Bruno Brundisini che ha pubblicato il thriller "Il chiodo nel pupazzo" pubblicato da Gruppo Albatros Il Filo nella collana Nuove voci. L'intervista di Fattitaliani.

Quali libri ci sono attualmente sul tuo comodino?
Attualmente sto leggendo, per la seconda volta, Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Se un libro mi piace, in genere lo leggo più di una volta e ne sottolineo le parti più interessanti. La lettura iniziale  mi dà il senso generale dell’opera. La lettura successiva mi permette un approfondimento di tematiche che all’inizio possono sfuggire. Il Deserto dei Tartari, come anche tutti i racconti di Buzzati, rappresentano delle metafore esistenziali raccontate tra il reale e la parabola.
L’ultimo grande libro che ha letto?
“Padiglione cancro” di Solzenicyn. Una denuncia del sistema stalinista che nasce in gran parte dall’esperienza di vita dell’autore. Sono sempre attratto dalle opere di narrativa che in qualche modo sono ispirate al vissuto di chi le scrive.
Chi e cosa influenza la sua decisione di leggere un libro?
Non saprei dire esattamente che cosa mi spinge alla lettura di un romanzo. Forse un po’ tutto, ma in primo luogo la sinossi o la quarta di copertina. È anche molto importante la biografia dell’autore. Ritengo che un’opera letteraria, per essere davvero compresa, non può prescindere da questo presupposto.
Quale classico della letteratura ha di recente letto per la prima volta?
Un altro libro di Solzenicyn “Il primo cerchio”, ambientato dopo la seconda guerra mondiale in URSS, dove l’autore parla della vita di alcuni intellettuali ospitati in un campo di detenzione “leggero”. C’è in Solgenicyn l’angoscia morale di Dostoevskij.
Secondo lei che tipo di lettura oggi dimostra una particolare vitalità?
Sarebbe troppo facile rispondere: la lettura digitale degli articoli postati in internet. Su cartaceo penso che sia la narrativa, soprattutto i romanzi rosa e i thriller.
Personalmente quale genere di lettura le procura piacere ultimamente?
Leggo di tutto. Ultimamente ho molto apprezzato “L’anima e il suo destino” di Vito Mancuso. Si tratta di un autore che ho sempre apprezzato, perché propone una rivisitazione di molti aspetti della teologia classica e sviluppa approfondimenti escatologici e su tematiche per me di grande interesse, quali l’esistenza del male.
L’ultimo libro che l’ha fatta ridere/sorridere?
Nessuno in particolare.
L’ultimo libro che l’ha fatta commuovere/piangere?
Mi ha coinvolto emotivamente “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini. È il racconto della propria squallida relazione con una prostituta, che il padre fa idealmente alla figlia, mentre questa combatte tra la vita e la morte.
L’ultimo libro che l’ha fatta arrabbiare? 
“Nessuno si salva da solo” Sempre della Mazzantini. Una narrazione piena di termini scurrili, priva di una benché minima trama. Quando arrivi ad alti livelli di narrativa, come nel primo romanzo, non puoi permetterti nei successivi una caduta di stile, un vero tonfo.
Quale versione cinematografica di un libro l’ha soddisfatta e quale no?
Mi è piaciuto molto “Il nome della rosa” sia come libro, sia come film, anche se quest’ultimo non rispecchia fedelmente il romanzo. Sui paragoni negativi non saprei esprimermi.
Qual è il suo protagonista preferito in assoluto? E l’antagonista?
Il dottor Zivago in positivo. In negativo non saprei.
Lei organizza una cena. Quali scrittori vivi o defunti inviterebbe?
Tra i defunti Dostoevskij, Solzenicyn, Kuznetsov, Pirandello, Buzzati, Papini. Tra i viventi la Mazzantini, la Alibrandi, Zafòn, Carrisi, De Cataldo..
Ricorda l’ultimo libro che non è riuscito a finire? 
Nessuno in particolare. È mia abitudine giungere sempre fino all’ultima parola, indipendentemente dal fatto che il libro mi piaccia oppure no.
Quale scrittore vorrebbe come autore della sua biografia?
Non ho mai pensato che qualcuno potesse scrivere la mia biografia, pertanto non saprei rispondere.
Che cosa ritroviamo di Bruno Brundisini ne “Il chiodo nel pupazzo”?
Sicuramente ci sono le mie “incazzature” contro l’ipocrisia di certi ambienti e la corruzione insita in molti esponenti del potere. C’è la denuncia del male, vero protagonista del romanzo. Il male che può permeare di sé anche le istituzioni ritenute a più alta valenza morale, quali la Legge e la Chiesa, fino a farle cadere in un connubio miserevole. C’è la denuncia del metodo della corruzione nell’assegnare le cattedre e in tanta parte della pubblica amministrazione. C’è la satira feroce delle pratiche superstiziose e di certi riti medioevali che ancora sopravvivono in alcuni settori della Chiesa.

Tutti i personaggi del mio romanzo sono inventati. Di proposito mi sono astenuto dal collocare geograficamente la narrazione. Ma ogni scrittore sa che i personaggi, pur non avendo riferimenti a figure reali, sono spesso un collage di esperienze del passato, sedimentate nell’inconscio, sono una parte di te. L’aver io vissuto e lavorato per molti anni in centri ad alta ispirazione mistica, quali San Giovanni Rotondo e Subiaco, ha certamente influito nella rappresentazione di luoghi e nella costruzione di alcuni personaggi. Giovanni Zambito.

IL LIBRO
Ernesto, insegnante precario di filosofia, vive da solo in una villa ottocentesca nella periferia di una grande città, con tante stanze abbandonate che custodiscono da decenni misteri ed ombre inquietanti, manichini di una vecchia scuola di taglio, ritratti arcigni di antenati. Conquista Ludovica, ragazza ingenua, ex modella, già fidanzata con Gilberto, magistrato corrotto e fedifrago.
Meta preferite delle loro gite domenicali è un antico convento del ‘300, che Ludovica aveva frequentato da bambina. “Là dentro lei ritrovava le emozioni dell’adolescenza. Fin da bambina l’aveva turbata il sortilegio di quelle croci di legno senza nomi, conficcate come pugnali nella terra del piccolo cimitero, dietro al convento. Su quei pezzi di ossa crescevano selvaggi i rovi che, con i loro sarmenti intrecciati da fiori rossi e bianchi come corone, ostruivano il passaggio, quasi a voler delimitare il luogo della vita dal luogo della morte. «Nascosto in una cella abita un frate molto anziano, di quasi cento anni. Dicono che ha poteri soprannaturali, un santo,» raccontò una volta a Ernesto con la voce rotta dall’emozione. «Quando ero bambina con mia madre lo andammo a trovare… e lui mi fece una carezza sulla testa. Ricordo che mi spaventai terribilmente… non ho mai capito perché, volevo scappare perché mi guardò, mi guardò a lungo con gli occhi tristi». Una vecchia profezia di una tragedia che sta per realizzarsi?
Ernesto tornerà di nuovo in quel convento tenebroso e profondo, luogo di esorcismi e credenze medioevali. Ma tra tanti personaggi negativi, incontrerà anche il frate di cui le aveva parlato Ludovica, figura luminosa, agli sgoccioli della vita, venerato dalla gente come un santo.