sabato 4 novembre 2017

Roma, lo scrittore cult Chuck Palahniuk alla Festa del Cinema: in un romanzo io posso formare il mio lettore

Lo scrittore cult Chuck Palahniuk, autore, tra gli altri, di ‘Fight Club’, trasposto da David Fincher in un film culto, protagonista alla Festa del Cinema di un Incontro Ravvicinato dal titolo “American Gothic”. L’autore parla al pubblico dei film dell’orrore che lo hanno maggiormente entusiasmato e inquietato, ma anche del suo lavoro e del suo modo di vedere il mondo del tutto personale e peculiare.

“In verità - racconta - ‘Fight Club’ fu inizialmente un flop. Sulle prime, il libro non vendette più di cinquemila copie. Ma anche il successo del film fu molto tardivo. Erano stati spesi cento milioni di dollari per promuoverlo e il film non incassava e raccoglieva solo recensioni pessime. I produttori erano in lacrime e uno perse anche il lavoro in Fox. E’ stato un autentico disastro. Dicevano che avrebbe trovato pubblico solo all’Inferno. Dopo un anno o due venne fatto un investimento importante per la distribuzione in dvd, ed è stato solo a quel punto che ha cominciato a guadagnarsi un po’ di favori”.
Di Fight Club, tra l’altro, è uscito da poco un sequel a fumetti: “Mi sono reso conto - dice Palahniuk - che nessun seguito cinematografico o letterario avrebbe potuto reggere al confronto con l’originale. Ho deciso di farlo esplorando un nuovo media. Del resto, quando io scrivo i libri non penso mai che debbano essere trasposti al cinema. Anzi, io voglio parlare di tutta una serie di cose che al cinema non possono passare, argomenti scomodi, impegnativi, difficili, offensivi, senza l’ansia di dover piacere al pubblico per il ritorno economico. 
In un romanzo io posso formare il mio lettore e prepararlo a quello che va a consumare, tutto il contrario di quello che succede al cinema. Poi a ciascuno il suo media. Ci sono fan del film di David che non userebbero il mio libro nemmeno per pulirsi il sedere e viceversa. Credo che la pellicola di Fincher sia stata rivoluzionaria: insieme a Matrix, sono film che mettono in discussione il nostro modo di percepire il mondo. Prima di loro non esistevano nemmeno le parole per spiegarlo. Con Fincher sono sempre andato d’accordo e ho supportato le sue scelte. Ad esempio Courtney Love, che ai tempi viveva con Edward Norton, voleva assolutamente il ruolo di Marla, ma Fincher la trovava una scelta troppo scontata, e scelse Helena Bonham Carter. La immaginava come se fosse Judy Garland da morta, e aveva ragione. Così come Norton faceva di tutto per rendere il personaggio simpatico al pubblico, mentre David lo considerava una persona orribile. Voleva creare conflitto, e si scontravano spesso per questo”.
Certo è che le opere dello scrittore non sono di facile fruizione. Qualcuno addirittura accusa malori nel leggerle, tanto sono violente e disturbanti: “Qualche volta sviene qualcuno – ammette – ad esempio a Milano, mentre leggevo il mio racconto ‘Budella’ (tratto da ‘Cavie’), si sono sentite male tre persone. Uno si mise a urlare: ‘Lo hai scritto solo per umiliarmi, per farmi svenire qui davanti a tutti!’. Io ero a disagio e cercavo di spiegare: ‘ma no, è come se vi dovessi descrivere i calamari, non vi verrebbe mai voglia di mangiarli’. Un altro rispose ‘vacci piano coi calamari, amico. Io li vendo per vivere’. E’ un po’ il compito dello scrittore. Il mio modello è Shirley Jackson, che scrisse La lotteria e L’incubo di Hill House, da cui poi venne tratto il film The Haunting con Catherine Zeta Jones. La lotteria venne pubblicato sul New Yorker e tanto fu lo shock che molti lettori annullarono l’abbonamento. Ebbene, io mi sono sempre chiesto come si faccia a scrivere un racconto che possa far infuriare i lettori così tanto. E’ il potere della scrittura, senza immagini, senza musica. Trovo che non ci sia niente di male, è quello che lo scrittore deve fare, come quando scandalizzai le mie compagne del corso di scrittura, tutte signore carine tra i quaranta e i sessanta che scrivevano solo gialli, con un racconto su un bambino e una bambola gonfiabile per usi sessuali. Io devo entrare in contatto con il pubblico e la violenza, il sesso, la malattia e le droghe sono argomenti che gli fanno provare sensazioni fisiche, scuotendolo anche intellettualmente. Crea empatia. Tutta la mia generazione ha sempre cercato di evitare la violenza, lo scontro e il conflitto, così quando scrivo invece la inserisco perché la contestualizzo. Solitamente nelle mie storie, vedi ‘Fight Club’, è una violenza consensuale, come in un gioco. Infatti ci sono le regole. Il concetto era capire quanta violenza siamo in grado di sopportare, più che quanta ne sappiamo infliggere. Emanuela Del Zompo.