sabato 25 novembre 2017

Cinema, Giulio Forges Davanzati in "Veleni": l'arte ti fa vedere là dove non riesci a vedere. L'intervista di Fattitaliani

Il primo film da protagonista di Giulio Forges Davanzati è stato “Vorrei vederti ballare” di Nicola Deorsola, da coprotagonista “Taglio netto” di Federico Rizzo ed un Film corale di Maurizio Ponzi. Ha avuto quindi occasione di stare sul set molte volte e se a ciò si somma la sua formazione teatrale, è molto padrone della scena. "Veleni" di Nadia Baldi è stato girato con un piccolo budget, i tempi sono stati abbastanza ristretti e le esperienze precedenti sono state abbastanza funzionali a dare il meglio di sé. L'intervista di Fattitaliani.

Veleni è un film di passioni smodate gli uni per gli altri. Che ne pensi? 
Da una parte sì ma dall’altra secondo me è un film che alla base ha il messaggio che portano la madre (Tosca D’Aquino) e la zia (Gea Martire) che si traduce in realtà per tutti “vivere appieno la propria vita” che è quello che cerca di fare Antonio, il mio personaggio che torna nel suo paese natio per riscoprire le sue origini, ma in realtà ma fondamentalmente vuole sbloccare qualcosa in cui si sente intrappolato, cioè il suo rapporto con il passato. 
Chi è Antonio? 
È un professore che ha studiato sin dall’infanzia in un Collegio di Gesuiti, e sente il bisogno di riscoprire il rapporto con la famiglia perché ci sono dei nodi che non riesce a sciogliere. 
Il suo ritorno è dettato dalla morte del padre ma soprattutto dal fatto che vuole svelare le ombre del passato e non si ferma davanti a nulla. Cosa succede? 
Ci sono dei frammenti del film che fanno comprendere che alcune esperienze del passato, le aveva rimosse. Queste cose man mano riaffiorano e ricorda che avvenimenti e fatti della sua infanzia, l’hanno portato ad essere quello che è oggi. La morte del papà è un pretesto, altrimenti lui non sarebbe mai tornato in un luogo che apparentemente ha poco da dire.
Un paese abitato prevalentemente da donne e quindi anche il Cast lo era. Come ti sei trovato?  
Benissimo! C’è un’altra energia, un altro ritmo di lavoro. Inizialmente sei un po’ l’outsider in cui tutti dicono “vediamo se le cose le sa fare”, in seguito ci siamo trovati in sintonia perché tutti volevamo dare il 100%. I reparti tecnici erano composti in gran parte da donne ed è stato quello che ha creato l’ambiente giusto per lavorare bene.  
“Questa vita va migliorata con l’arte. Che posto occupa nella tua vita? 
Fare Arte è sempre vista come qualcosa che genera sofferenza, invece sto riscoprendo che se lo vogliamo può essere una cosa leggera e piacevole. È questo il ruolo dell’Arte, deve scavare ma ricordandoci che è un gioco e deve essere fatto con leggerezza. Il suo ruolo nella mia vita è importantissimo. Ti fa vedere là dove non riesci a vedere, ti arricchisci nel vero senso della parola e dopo sei più gioioso. 
Com’è nata in te l’idea di fare Teatro? 
Lo facevo a scuola e poi ho proseguito. Ho incontrato la pratica buddista che mi ha fatto approfondire ancora di più il ruolo che abbiamo come artisti nella vita quotidiana e la missione che abbiamo come esseri umani. 
Alle volte i grandi diventano bambini e viceversa. Quale parte bambina hai portato nel Film? 
La parte adulta che porta il bambino con sé. E’ l’adulto che vuole riscoprire il bambino. 
Altri progetti? 
Dal 4 al 22 aprile saremo in scena con la nostra Compagnia “Carmentalia” di cui facciamo parte io, Andrea Trovato, Stefano Vona Bianchini ed Alessia Sorbello con “Incognito” di Nick Payne.


Elisabetta Ruffolo