lunedì 13 novembre 2017

Antonio Ligabue, genio e disperazione di un uomo e di un artista

Antonio Ligabue naque a Zurigo il 12 dicembre del 1899 da madre italiana emigrata in Svizzera dal Friuli e da padre ignoto. La mamma si sposò successivamente con Bonfiglio Laccabue che riconobbe Antonio dandogli il cognome. Fu poi lo stesso Antonio che modificò in seguito il cognome in Ligabue. La mamma morì nel 1919 ed il consolato svizzero rimpatria poi forzatamente Ligabue in Italia per il servizio militare. Fu così che Ligabue giunse a Gualtieri sradicato dalla sua terra e inserito in una nuova di cui non comprende nemmeno una parola.

Ligabue, timido e scontroso vive in un'Italia rurale e povera ed è soggetto, dato il suo isolamento, a crisi depressive che lo porteranno a diversi ricoveri forzati nell'istituto neuro psichiatrico di San Lazzaro, poichè oltre ad avere atteggiamenti aggressivi verso gli altri lui stesso si procurava ferite al naso come per creare il rostro delle aquile. La sua via di fuga furono i dipinti.

Era soprannominato "el matt" poiché egli si immedesimava nei soggetti, gli animali, che dipingeva e che aveva lungamente osservato e studiato sia dal vivo nei boschi che probabilmente attraverso dei libri in bianco e nero. Con gli  animali colloquiava con dei versi, per poter parlare nella loro stessa lingua, dato che in fondo li considerava i suoi veri ed unici amici. Nella sua idea gli animali vedono, senza fronzoli, le cose così come sono, ed egli stesso tentava quindi di fare questo.

Una volta uscito dall'istituto continuò nella sua arte ed i suoi primi dipinti "puzzavano" poiché li realizza con colori da lui stesso ricavati da erba, terra o altro disponibile direttamente in natura. Passò solo successivamente alle prime tinte ad olio. I suoi quadri all'inizio li barattava, in cambio di ospitalità nei fienili o di cibo, ma venivano sottovalutati e non compresi da chi li possedeva e quindi persino usati come palette per raccattare l'immondizia. Un uomo, Ligabue,  più e più volte umiliato e reietto dalla società solamente perché, la sua diversità esteriore, strideva tantissimo con la sua ricchezza interiore. Profondamente amante anche della musica che provava attraverso i suoi versi a riprodurre, mentre dipinge, se non aveva con se un grammofono.

Dapprima dipinse i soggetti più vicini a lui e quindi gli animali dell'aia come volpi, galline e conigli,  ma amava moltissimo anche i cavalli di cui un unico soggetto, realizzato a punta secca, riproduce un accoppiamento. Vivissimo il pelo che dipingeva direttamente con le unghie solcando la materia sulla tela come dei graffi, quelli che lui stesso aveva nell'anima, ma che sul al dipinto restituiranno una leggerezza tanto da far quasi pensare di poter passare le dita in mezzo a quel pelo.

I soggetti che nel corso del tempo rappresentarono di più Ligabue furono il leopardo e l'aquila, animali potenti e feroci attraverso cui lui stesso esorcizzava la sua timidezza ed impossibilità di reazione all'isolamento e ferocia degli uomini verso di lui. Spesso nei suoi dipinti a far da sfondo al sua amata terra d'origine San Gallo in Svizzera.

Fu scoperto dallo scultore e pittore Marino Mazzacurati che ne riconobbe immediatamente il genio organizzandogli le prime mostre.  Fu erroneamente accostato al genere naif da cui Antonio Ligabue però si discostava nettamente e di cui anche in questo subì una violenza.

Veniva considerato "strano" anche perché non era certamente un uomo attraente per cui non ebbe donne nella sua vita fatta eccezione per un tardivo amore per Cesarina, una donna che lavorava nella locale osteria. Prima di ciò Antonio Lugabue si vestiva da donna per avere quel senso di presenza femminile nella sua esistenza che gli regalava un sussurro di felicità nella sua straziata vita, anche se era perfettamente consapevole e per sua stessa ammissione la considerava "una boiata" ma poi diceva, "mi fa sentire bene".

Nei suoi autoritratti potremmo quasi fare un parallelo con l'espressionismo nordico di Edvard Munch in cui in particolare nel celeberrimo "urlo" si legge l'intero rapporto angoscioso che l’artista avvertiva nei confronti della vita. Oppure molte volte l'accostamento è stato fatto anche con Vincent van Gogh sia per gli autoritratti che per le personali vicende di vita.

Antonio Ligabue, ritrae più volte il suo viso scavato e sofferente, con lo sguardo che cela sempre quella malinconica rassegnazione e disperazione, in cerca di un contatto. Nei suoi autoritratti c'è però anche una speranza, restituita da un tocco di lieve movimento come un uccello che vola nel cielo, una mosca o le farfalle che ne rendono quasi la vibrazione delle ali.

L'urlo di Ligabue lo si può leggere nei suoi leopardi e nelle scene di caccia in cui raramente mostra il sangue, ma che descrivono benissimo la sorpresa della ferocia, quella che lui stesso ha subito dalla gente e nella sua vita, rappresentati nei dipinti con la lotta tra le fiere per la sopravvivenza.

Dopo la notorietà ed il successo Ligabue poté permettersi un'automobile con l'autista e di comprarsi diverse moto, un cappotto ed il cappello, tutti status simbol del benessere di allora, eppure resterà nella sua vita quel senso di disperazione e di irrealizzato amore. Un trasporto amoroso che ebbe solo per Cesarina, dalla quale si lasciò un po' tiranneggiare e che desiderava sposare a cui volle veramente bene, tanto che dopo la sua ultima mostra, da cui ricavò un buon incasso, decise di chiederla in moglie e comprò per loro la camera da letto matrimoniale. Pochi giorni prima di potersi dichiarare però fu colpito da una paralisi e fu per lui la fine l'infrangersi di un agoniato sogno.

Morì nell'ospizio di Gualtieri nel 1965,

Una narrazione dolcissima la si può riscontrare in chi da bambino lo ha vissuto di persona, Giuseppe Caleffi, anche fondatore della casa museo Antonio Ligabue a Gualtieri, che si trova a circa 20 km da Reggio Emilia, dove l'artista visse ospitato nel fienile, e che si può visitare solo su appuntamento.