giovedì 19 ottobre 2017

Libri, Fattitaliani consiglia “Mia lingua italiana" di Gian Luigi Beccaria. La recensione

Gian Luigi Beccaria, “Mia lingua italiana”, Ed. Einaudi, Torino, 2011. Recensione di Andrea Giostra.

Cos’è che unisce veramente un Popolo? 
Qual è l’elemento aggregante che tiene insieme all’interno di confini fisici, culturali, etici e morali un Popolo? 
Da cosa nasce veramente la “Nazione Italia” voluta fortemente e col sangue dai nostri padri fondatori? 
Perché oggi, nell’anno del Signore 2017, ha ancora senso porsi queste domande? 
Perché è sempre importante ed attuale non perdere mai il senso dello stretto legame che tiene insieme la “res” e il “nomen”, la “cosa” e il “nome”, che convenzionalmente attribuiamo alle cose attraverso la nostra lingua?
Oggi più che mai, in un periodo storico e culturale nel quale il confine, il “limite” (come lo definisce Serge Latouche nel suo omonimo ed interessante saggio del 2012), hanno assunto un’accezione negativa sopraffatti dall’incosciente corsa verso la globalizzazione, che spesso si trasforma in inevitabile omogeneizzazione di identità e di culture, è interessante leggere questo saggio.
Non a caso nella “Etymologiae”, conosciuta anche come “Originum sive etymologiarum libri viginti”, considerata dagli storici della letteratura come la prima Enciclopedia della cultura occidentale, scritta nel 1472 da Isidoro di Siviglia, definito dalla Chiesa Cattolica “Dottore della Chiesa”, e designato nel 2002 dal Papa Giovanni Paolo II “Patrono di Internet” in quanto vero antesignano dell’accesso facilitato a tutto lo scibile umano, è scritto che “ex linguis gentes, non ex gentibus linguae exortae sunt” (sono le lingue che fanno i popoli, non i popoli già costituiti che fanno le lingue).

Ebbene, questo piccolo e interessante saggio trova oggi ancora più vigore culturale alla luce delle politiche sociali e di integrazione del nostro Paese. Le radici culturali di un popolo sono depositate nella lingua che parla. 
Spesso non ci rendiamo conto di essere portatori di cultura attraverso il linguaggio e le parole che utilizziamo nella nostra vita quotidiana. 
Spesso non ci rendiamo conto che siamo parte dell’evoluzione culturale e sociale di un popolo che esprimiamo con la parola condivisa con i nostri fratelli, amici, concittadini, insomma, con tutte le persone che come noi vivono e sperimentano quel contesto sociale e relazionale.
È da queste basi che una sana integrazione deve partire: dalla lingua portatrice di cultura e di tradizioni.
Se il processo di integrazione che si vuole avviare non tiene conto della lingua e di tutto quello di cui è portatrice, allora è lapalissiano che non si può parlare di sana integrazione culturale e sociale, ma semplicemente di prepotente e forzato innesto di “culture altre” in una lingua e in una cultura che hanno una storia e una tradizione radicata e millenaria.