martedì 5 settembre 2017

Jazz e magia nel nuovo disco di Marilena Paradisi e Kirk Lightsey "Some Place Called Where": l'intervista

Pubblicato dalla norvegese Losen Records, Some Place Called Where non è un disco solista con un "featuring", lo straordinario pianista di Detroit non fa da "special guest": si tratta infatti di un'opera nata da un duo, forte di un repertorio condiviso, di una comune sensibilità, della stessa visione magica e "olistica" del fare musica. Un senso di scoperta e di luminosità pervade l'intero album, con lo stesso stupore di quando Marilena vide per la prima volta Kirk dal vivo.
Il titolo dell'album proviene dall'omonimo pezzo di Wayne Shorter, scelto da Marilena insieme agli altri che compongono una scaletta profondamente sentita e condivisa con Kirk. Come dichiara David Fishel nelle note di copertina, «Portrait (Charles Mingus), Little Waltz (Ron Carter) e Like A Lover (Dori Caymmi) sono un buon esempio di questa musica scelta per profondità e sincerità, Fresh Air è un brano di Kirk che rappresenta bene il dialogo tra i due, Kirk ci regala anche un solo di flauto incantevole e lirico. Il suono complessivo è molto più pieno di quanto si possa aspettare da un duo, con la progressiva gamma armonica di Kirk e la qualità del tocco, quasi da accompagnamento orchestrale. Ma è l'intimità dell'interazione tra i due che più colpisce». 
Some Place Called Where contiene otto brani meno noti, un "repertorio di nicchia" utile però all'espressività diretta, immediata e toccante di Marilena e Kirk, che in soli quaranta minuti trasportano il loro mondo: quello dell'improvvisazione, degli studi in India, della voce come strumento per la Paradisi, quello degli anni passati con Chet Baker, Dexter Gordon, Pharoah Sanders e Lester Bowie, ma anche dell'amore per la musica classica, per Lightsey.
Una conversazione con MARILENA PARADISI
Ricerche, scoperte, luoghi, sensazioni: i tuoi dischi ci hanno sempre abituato a delle sorprese. Dopo una parte significativa della tua storia dedicata alla musica contemporanea e all’improvvisazione totale, si materializza il jazz con un progetto affascinante, in duo con il grande Kirk Lightsey. È un ritorno alla prima fase della tua attività o qualcosa di nuovo?
Spero vivamente che sia qualcosa di nuovo, spero sempre in un miglioramento, in un divenire. Dopo una lunga fase dedicata all’improvvisazione totale, alla ricerca e al rapporto col “suono” sviscerato in ben quattro album, ognuno con una particolarità come improvvisazione sulle immagini, la dialettica col silenzio, l’improvvisazione del testo, la dialettica con la risonanza, è come se sentissi di aver concluso un grande capitolo della mia storia, e ho sentito l’esigenza di tornare ad ”interpretare”, a cercare di raccontare storie attraverso l’uso della parola, e in questo senso sì, forse è un ritorno ai miei primi tre album. Ma sono passati anni, sono accadute così tante cose che sicuramente ora sento una differente maturità, un differente approccio alla musica e ai testi, inoltre sento che la mia voce è molto cambiata.
Sarebbe facile rispondere “Perché è un gigante”, ma noi vogliamo altro da te: perché hai scelto Kirk Lightsey?
Kirk è un musicista che ho avuto la fortuna di ascoltare live, varie volte e con differenti formazioni, e sono sempre rimasta colpita e affascinata dal suo pianismo, dal suo stile, oltre che dalla sua energia e vitalità vulcaniche. È un polistrumentista. Suona oltre al pianoforte, il flauto e il violoncello. Ha uno stile inconfondibile e anche una scelta armonica che si rifà molto più alla musica classica che al jazz vero e proprio, “jazz” è una parola che lui stesso non riconosce. Per lui esiste una musica “magica” oppure non è musica!
Ecco lui cerca costantemente la magia quando suona, e ti invita a cercarla anche in te. Poche note e crea subito un’atmosfera, fa delle scelte armoniche davvero inusuali che ti portano sempre a nuova ispirazione.
Credo sia importante sottolineare che la sua presenza non è un semplice “featuring”: Some Place Called Where è il lavoro di una coppia.
Più che un lavoro di coppia è una formazione “duo”, un mio progetto che poi nello sviluppo e nella riuscita è stato naturalmente riconosciuto da entrambi, peraltro senza troppe formalità. Se la musica funziona, questo è veramente importante.
A proposito dell’ultimo brano Fresh Air, quello scritto da Kirk, ci racconti com’è nato?
Fresh Air è un brano che Lightsey aveva già scritto, un brano in 6/8 la cui melodia è stata da lui scritta e pensata per flauto, e che lui mi ha proposto chiedendomi di provare a metterci le parole! “Sarebbe bello se riesci a cantarla!”, mi ha detto… E così ho accettato la sfida ed è nata questa nuova versione, che io canto in tonalità originale, dove alla fine Lightsey sovraincide, regalandoci un bellissimo assolo di flauto.
Prima di Fresh Air, il pezzo di chiusura, ci sette brani importanti, una sorta di carrellata sul mondo del jazz classico e contemporaneo, da Mingus a Shorter passando per Mal Waldron e Ron Carter. In base a quale criterio li avete scelti?
Tutto il repertorio è stato scelto da me, nel senso che sono stata io a proporre a Lightsey una dozzina di brani tra quelli che più amavo cantare, scelta che lui ha apprezzato moltissimo. Ovviamente poi abbiamo scelto quelli che ci sembravano perfetti per la formazione duo piano-voce. In particolare sottolineo che Lightsey non conosceva il brano di Shorter che da il titolo al cd, ne è rimasto folgorato. È lui che ha voluto che fosse il titolo dell’album!
Poteva essere più agevole scegliere brani dai dischi di Kirk con Chet Baker, Clifford Jordan, Dexter Gordon, i Leaders e i tanti altri giganti con cui ha suonato, invece è un repertorio meno noto…
Indubbiamente, sono brani forse poco sentiti, un repertorio di nicchia che io avevo già ascoltato in cd che amo, per esempio Little Waltz nel cd Duets di Helen Merrill e Ron Carter, oppure Soul Eyes, interpretato da Jeanne Lee e Mal Waldron, il Some other time suonato da Bill Evans o il brano di Shorter da un suo cd del 1988 Joy Rider. Un altro tipo di scelta poteva essere più agevole ma invece, in realtà, la cosa che Kirk ha apprezzato di più è stata la scelta del repertorio abbastanza inusuale anche per lui.
Avete registrato a Roma lo scorso maggio: toccata e fuga in studio o c’è stato un lavoro preparatorio?
Intanto già riuscire ad incontrare un musicista del genere, impegnato sempre in tour in giro per il mondo, è abbastanza una “coincidenza astrale”… Le decisioni ruotano sempre intorno alle disponibilità, ai giorni liberi, per cui da questo punto di vista è sempre una toccata e fuga! Non hai modo di avere tanti giorni di prove insieme, ci devi lavorare da sola e arrivare con le idee ben chiare ma con una mente aperta a tutto. Ecco, questo è il giusto approccio. Quindi il progetto è stato deciso a metà aprile e preparato, da me, in un mese. Poi chiaramente tutto quello che avevi in mente, tutte le certezze, saranno puntualmente azzerate, e il bello è questo, che il brano viene ricreato da capo, nel momento in cui sei in rapporto e tutto diventa nuovo. Esperienza musicalmente ineguagliabile.
Cosa hai trovato di diverso e di unico nel pianismo di Kirk? Cosa pensi abbia trovato lui di speciale nella tua voce?
Sicuramente la ricerca delle atmosfere, della magia, della poesia, ma volendo approfondire nel concreto del lavoro svolto insieme, posso dire che non è certamente un pianista “facile”, ti propone una sfida continua ad innalzare i tuoi limiti, sia nelle scelte armoniche che più propriamente nella narrazione. Pretende tantissimo, vuole che vai a fondo, devi stare sempre nella musica. E quello che più mi ha colpito è l’umiltà nel cercare sempre qualcosa di vero e di onestamente estemporaneo, mai qualcosa di precostituito ma direi semplice nella sua bellezza.
Cosa credo abbia trovato lui in me? Non saprei, non è un musicista che ti fa i complimenti! Ma so per certo, dal risultato, che il mio modo di esprimermi su questo repertorio lo ha convinto molto.
Hai avuto modo di studiare Scelsi con Michiko Hirayama, hai praticato improvvisazione totale e musica contemporanea: quanto c’è di questo percorso in Some Place Called Where?
Domanda difficilissima… Quello che ho preso dalla Hirayama e dalla mia esperienza diciamo contemporanea è incommensurabile, so che è nelle mie corde più profonde e che ha cambiato tantissimo il mio modo di cantare ma soprattutto il mio modo di pensare la musica e il mio rapporto ancora più viscerale col mio strumento voce. Sicuramente in Some Place Called Where c’è tutta la mia esperienza precedente anche se trasformata, una essenzialità che cerco da sempre, poi ridurre al minimo, togliere i fronzoli, andare all’essenziale di quello che voglio esprimere.
Questo nuovo disco avrà uno sviluppo live? Potremo vedere te e Kirk dal vivo?
Assolutamente sì, ci stiamo lavorando, molto presto tutte le novità.



Alcune domande a Kirk Lightsey:

Mister Lightsey, cosa pensa di questo progetto in duo con Marilena Paradisi e della scelta del repertorio?
È un progetto davvero speciale per me perché suonare in duo e con questa scelta di repertorio mi fa trovare un suono orchestrale dal pianoforte che è molto importante per me. La scelta dei brani mi ha molto colpito, un repertorio magico e futuristico, come in Some Place Called Where, la canzone di Shorter che non conoscevo e che mi è davvero piaciuto suonare. Trovare in quella musica il suono di suspense, mistero, senso di spazio infinito, affetti e sentimenti è importante per il mio feeling nella musica. Mi piace suonare in formazione duo perché è una sfida per cercare cose profonde, e mi piace farlo con una cantante come Marilena. Questo repertorio mi dà molta gioia.
Cosa ha trovato di peculiare nella voce di Marilena Paradisi e nel suo modo di cantare?
Marilena ha una voce molto speciale e con molto talento, potrei dire tecnicamente per il suo particolare timbro, per intonazione, musicalità, flessibilità, espressività e il suo stare sul tempo, ma in una sola parola è "molto artistica", e con questo intendo dire che è in grado di cantare profondamente i suoi sentimenti e per questo è espressiva e perfetta per questo repertorio. E quando riascolto il cd, penso che se avessimo avuto più tempo per lavorare insieme il progetto sarebbe stato ancora più grande di quello che è.
Ci racconta la composizione di Fresh Air che conclude l'album?

Scrissi Fresh Air nei primi anni '70, forse 71-72, per il duo pianoforte e flauto. È stata registrata diverse volte, forse la mia versione preferita è stata la prima volta che ho registrato suonando sia il flauto che il pianoforte. La mia seconda registrazione preferita è l'album trio con Steve Watts e David Wickins intitolato If You Are Not Having Fun by Now. Questa con le parole scritte da Marilena è una nuova e molto speciale versione della mia vecchia canzone, perfetta con il testo che ha scritto. Sono molto felice di questo progetto con Marilena Paradisi.

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