giovedì 31 agosto 2017

Waris Dirie, un fiore nel deserto

di Caterina Guttadauro La Brasca - Waris è stata una bimba che la mamma ha partorito tra le dune del deserto, da sola come aveva sempre fatto con gli altri undici figli ma ne sono sopravvissuti solo sei. Bimbi che dovevano sopravvivere al caldo, alla sete, alla sabbia rovente che faceva loro da culla.
Da piccoli si iniziava a far tutto, Waris a sei anni già badava ad un gregge di settanta pecore e capre. Gli animali erano tutto il suo mondo, li accudiva perché per lei e i suoi fratelli erano il cibo, la sopravvivenza. I bimbi si nutrivano con il latte di cammello e quando il padre riusciva a comprare un po’ di riso, era festa grande. Anche il cammello per la gente del deserto è tutto: è la casa ambulante, nutre con il suo latte, si può barattare perché nel deserto la vita delle persone si valuta in cammelli. Waris è stata valutata 5 cammelli, una buona somma se si considera che era una ragazzina di tredici anni. A pagarla e poterla avere come moglie con questo prezzo fu un beduino di 60 anni. Waris capì che sarebbe passata da una schiavitù all’altra e scelse la fuga attraverso il deserto, senza scarpe perché non ne aveva mai visto un paio. Scappava dall’orrore che aveva vissuto: a 5 anni come a tutte le altre bambine del suo paese, erano stati tagliati il clitoride, le piccole, le grandi labbra e con le spine d’acacia e un filo grezzo fu ricucita in modo cosi fitto che sveniva ad ogni mestruo. Aveva subito come tantissime altre bambine, l’infibulazione.  Correva senza sapere dove andare, i piedi piagati che arrossavano la sabbia fino a che si trovò a Galcaio. Lei non sapeva che esistesse una città, un mercato pieno di frutta e verdure ma che lì abitava uno zio e lo trovò. Ma lo zio non era la libertà, voleva ricondurla nel deserto e lei ricominciò a correre fino a Mogadiscio, dove fu ospitata prima da una sua sorella e poi da una zia. Waris non era contenta e l’occasione di cambiare vita le fu data da uno zio, ambasciatore somalo a Londra. Andò con lui, avrebbe fatto la domestica e così iniziò il suo cammino verso la libertà. Dapprima si sentì estranea in una terra tanto diversa dalla sua, poi reagì e decise di imparare a scrivere e a leggere. Continuò a fare le pulizie finché, un giorno, un fotografo, Malcom Fairchild la invitò nel suo studio. I suoi datori di lavoro erano in vacanza, faceva le pulizie da McDonald, andò e uno scatto fotografico le cambiò la vita. Fece un Casting, posò per il Calendario Pirelli e divenne una delle fotomodelle più famose al mondo. Si operò per risanare il suo corpo che conservava ancora le cicatrici ai piedi per aver camminato sulle pietre e sulle spine del deserto. Per poter partorire suo figlio Alekee, un medico londinese la sottopose ad un intervento di parecchie ore per attenuare i disturbi insopportabili dell’infibulazione. Waris, da allora, ha usato il suo lavoro e il suo successo per difendere i diritti di 2 milioni di donne africane che, ogni anno, vengono mutilate con forbici, coltelli e rasoi, talvolta anche arrugginiti. Non c’è civiltà finchè, in qualunque parte del mondo, si pratica un selvaggio rituale a cui tante bambine non sopravvivono. Questa storia è divenuta un film e prima un libro. Ciò che si legge è soprattutto un appello alle civiltà cosiddette avanzate e delle quali facciamo parte. Waris oggi è portavoce dell’0NU contro le mutilazioni genitali per difendere i diritti di tutte quelle bambine, che non hanno il coraggio della disperazione che lei ha avuto per avere una vita che la riscattasse dalla violenza e dalle barbarie.
È autrice di alcuni libri, anche autobiografici, che hanno avuto un buon successo di vendita, pubblicati in Italia da Garzanti, come Fiore del Deserto (da cui è stato tratto l'omonimo film), Alba nel Deserto, Figlie del Dolore, Lettera a mia Madre. Andiamo a vedere questo film, per conoscere la forza di questa donna che si chiama Waris, cioè Fiore del deserto, un fiore che, come chi ne porta il nome, sopravvive anche se cresce dove la pioggia non scende per anni. Lei, seppur bambina, capì che la salvezza era altrove e nuda di ogni conoscenza e esperienza, scappò per gridare al mondo l’orrore che aveva subito e di cui avrebbe portato, nell’anima soprattutto, un ricordo indelebile.

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