domenica 13 agosto 2017

Raiuno, il 6 settembre Massimo Poggio racconta Marco Biagi. L'intervista di Fattitaliani

Nell’ambito di “Nel nome del popolo italiano”, mercoledì 6 settembre in seconda serata su Rai1, andrà in onda, Marco Biagi. Prodotto da Gloria Giorgianni. Regia di Gianfranco Giagni.

L’intento del regista era quello di capire cosa c’era dietro il lavoro del Professore Marco Biagi, le sue teorie e quanto fossero state applicate. La ricostruzione è stata fatta attraverso un percorso nella città di Bologna ed attraverso testimoni che lo avevano conosciuto realmente. Moltissimo materiale è stato fornito dalla moglie.

Marco Biagi era un docente di diritto del Lavoro che nel 2001 divenne consulente di Roberto Maroni, allora Ministro del Welfare. Gli era stata affidata l’elaborazione della riforma del mercato del lavoro che rimase incompiuta  ma che porta il suo nome. Nonostante ripetute minacce e l’assegnazione di una scorta che gli fu in seguito tolta, la sera del 19 marzo 2002 mentre tornava in bicicletta dalla stazione ferroviaria di Bologna fu ucciso sotto casa con sei colpi d’ama da fuoco dalle Nuove Brigate Rosse.

Molte delle sue idee anticipavano quello che è successo oggi. Biagi era quasi un visionario intimista. Un Professore “duro ed antipatico” ma amabile nella vita quotidiana, nella famiglia e soprattutto in quella che è stata la vita privata di questo personaggio.  
È Massimo Poggio a raccontare Marco Biagi, attraverso gli occhi e le testimonianze di chi lo ha conosciuto veramente. Ha trovato risposte anche dentro di sé, nel suo passato da metalmeccanico, in cui era ancora possibile andare in pensione magari facendo lo stesso lavoro di sempre. Oggi la pensione non è più immaginabile, sono cambiate delle cose ed anche il mondo. Ha cercato di capire come fosse allora il mondo del lavoro, rispetto a quello di oggi che è difficile, complicato. Biagi era un visionario, aveva previsto tutto. Voleva fortemente una grande mobilità per stare al passo con il mondo del lavoro, supportata da una società che permettesse alle persone di vivere in quel modo. Purtroppo il supporto non si è mai avuto. 

Fattitaliani.it lo ha intervistato.

Niente di più attuale, visto quello che sta succedendo nel mondo del lavoro? Esatto, è un personaggio ancora molto attuale. È stato un lavoro un po’ per cercare di raccontare che cosa effettivamente abbia fatto questo Signore che viene sempre identificato con il nome di una Legge che in realtà non rispecchia nemmeno fino in fondo ciò che era il suo pensiero. Dopo la sua morte, l’hanno portata avanti altri. Vero,   ha fatto anche comodo lasciare il nome di una persona che non può più replicare nulla. Oltre alla parte tecnica che non è un contesto semplicissimo da spiegare e da capire, abbiamo anche cercato di raccontare e ricercare il lato umano di questa persona, cioè chi era al di là di quello che faceva con i figli, con la moglie, con gli amici. Devo dire che è venuto fuori un bellissimo ritratto di questa persona che purtroppo non c’è più e viene fuori dagli occhi delle persone che lo hanno conosciuto che lo hanno incontrato o anche semplicemente hanno studiato sulle sue carte, sui suoi lavori, sui suoi studi. 

Tra i quattro personaggi che “Nel nome del popolo italiano” racconterà, è senz’altro quello che i giovani ricordano di più visto che è stato ucciso nel 2002. E’ un po’ identificato con la legge che porta il suo nome ed identificato come qualcosa di negativo. Ciò che ho scoperto e che non sapevo è che lui auspicava e riteneva necessario un mondo del lavoro assolutamente flessibile e molto mobile. In realtà doveva essere supportato da una società che mettesse in grado le persone di vivere in questo modo. Quello che manca e che è mancato ed è il motivo per cui forse c’è del risentimento un po’ a priori è che è rimasta solo la mobilità e che il sostegno ad essa non c’è mai stato. 

Il ciclo dei docu-film è “In nome del popolo italiano”, siamo ancora Popolo o cosa? Mi auguro di sì, in un momento storico difficile, molto complicato, molto delicato, ci sono molte tensioni, molti stravolgimenti. E’ un momento in cui come Popolo dobbiamo imparare a registrarci a questo nuovo momento storico. 

Cos’hai portato di tuo nel personaggio? Tutto me stesso. Quando ero molto giovane, facevo l’operaio metalmeccanico, era la fine degli anni 80 quando era ancora possibile immaginarsi dopo anni ed anni di lavoro, di andare in pensione. Con un posto fisso e magari con lo stesso lavoro. Che cosa è cambiato da allora ad oggi? Come è cambiata la percezione di chi quel periodo non l’ha mai vissuto?


Elisabetta Ruffolo