giovedì 31 agosto 2017

Gherardo Colombo, “Lettera a un figlio su Mani Pulite”: un racconto semplice, lineare e sincero. La recensione

Gherardo Colombo, “Lettera a un figlio su Mani Pulite”, Ed. Garzanti, Milano, 2015. Recensione di Andrea Giostra.

«Sono passati più di vent’anni da quel 17 febbraio 1992, il giorno dell’arresto di Mario Chiesa che ha dato inizio alle indagini e all’inchiesta conosciuta con il nome di Mani Pulite.» Comincia così il racconto di quegli anni da parte di Gherardo Colombo, uno dei pubblici ministeri in prima linea del pool di Mani Pulite, che ha di fatto demolito la Prima Repubblica. Il racconto che fa Colombo di quegli anni è semplice e lineare, sincero e a tratti lascia trasparire una ingenuità che oggi comprendiamo molto più di allora quando esplose dirompente il fenomeno Tangentopoli con la figura dominante di Antonio Di Pietro. Lo scandalo di corruzione diffusa che ha impressionato l’Italia intera di fine novecento, chiamato dalla stampa “Mani Pulite”. Quello che emerge con chiarezza crescente, vivida e disarmante, leggendo una dopo l’altra le pagine del racconto che fa Colombo di quegli anni divenuti storici, è che la corruzione in Italia era diffusa a tutti i livelli istituzionali, a tutte le classi sociali, in tutte le regioni del nostro paese: «… emerge a grandi linee il sistema della corruzione che sarebbe passato alla storia come Tangentopoli … non si tratta di casi isolati e sporadici ma di un impianto capillare e diffuso da cui quasi nessuno – né impresa, né partito, né amministrazione pubblica – resta escluso. Il sistema della corruzione in Italia - scrive Colombo - riguarda l’organizzazione politica ed economica del nostro Paese. Ed è impressionante.» Tutto il sistema della corruzione – come lo definisce Colombo - è rigidamente regolato da “norme non scritte” parallele a quelle ufficiali dello Stato. Regole che sono ampiamente condivise da tutti coloro che fanno parte del sistema corruttivo che appare indistruttibile perché capillarmente diffuso ad ogni livello: «Il sistema, pur colpito, continua ad esistere e per qualcuno (degli indagati) il dimostrarsi affidabile sembra un investimento che potrebbe, in futuro, rivelarsi utile.»
Il libro di Colombo, in sostanza, racconta un fallimento. Il fallimento di una potenziale prospettiva politica ed economica migliore frutto delle indagini e degli arresti di Tangentopoli che avrebbero dovuto inculcare nella cultura del cittadino italiano, dei pubblici amministratori e dei rappresentanti delle istituzioni, una morale ed un’etica nuova basata sull’onestà, e che si muovesse nella sola direzione dell’interesse pubblico e non dell’interesse privato o di piccole o grandi lobby.
Da una lettura dei fatti tracciati da Colombo con il suo scritto, gli anni di Tangentopoli raccontati dall’autore, anche alla luce degli scandali di corruzione che emergono e si susseguono quasi quotidianamente nel nostro paese, sappiamo che non hanno lasciato alcuna traccia nella memoria nel popolo italiano e non hanno insegnato nulla a nessuno. La Corruzione in Italia è al primo posto tra i mali del nostro paese, molto di più della mafia, molto di più della cattiva, lenta e incompetente burocrazia: ce lo dicono quasi quotidianamente i fatti accertati dalla magistratura.
Il libro è certamente da leggere, anche se può apparire nostalgico a chi ha vissuto quegli anni da cittadino-spettatore, e lascia un amaro pessimismo sulle labbra del lettore.
di ANDREA GIOSTRA