giovedì 10 agosto 2017

Film da rivedere, Fattitaliani consiglia L’ultimo re di Scozia (2006) di Kevin Macdonald. La recensione

Il terribile e straordinario fascino del potere e della follia. Perché anche la follia, da sempre nella storia dell’uomo, ha avuto il suo irresistibile e potente fascino.
Pochi film hanno saputo rappresentare in modo così straordinario il potere e la follia insieme. Il potere assoluto e incontrastato che porta l’uomo alla follia, e il germe della follia che prende paranoicamente e prepotentemente il sopravvento sulla ragione e sul senso della realtà che inevitabilmente appaiono sempre più distorti fino a trasformarsi in allucinazioni persecutorie e minacciose. Una follia che viene magistralmente rappresentata con una sorprendente ed efficace scissione di personalità della quale una parte predica la giustizia per il suo popolo e l’altra parte, senza esitazione alcuna, si prodiga quotidianamente per sterminare senza appello e brutalmente tutti coloro che accennano timidi e innocui dissensi allo spietato dittatore Forest Whitaker.
A questo primo straordinario elemento, Kevin Macdonald associa l’ambiziosa avventura umanitaria e il sogno occidentale salvifico e riparatore dell’arretratezza e dei gravi problemi sanitari e sociali delle “selvagge” popolazioni africane. Ambizione e narcisismo umanitario che portano il bravissimo co-protagonista, James McAvoy, a trasformarsi in un giovane medico improvvisamente cieco alla realtà vera che sotto i suoi occhi devasta ed opprime brutalmente il popolo ugandese sotto i cinici e disumani sistemi di sottomissione e di controllo messi quotidianamente in atto da un superlativo Whitaker per mantenere il suo incontrastato e assoluto dominio su tutto.
Il film rappresenta la terribile realtà dell’Uganda degli anni settanta, quando nel 1971 prese il potere Al Haidji Dottor Idi Amin, che si “distinse” per aver compiuto lo sterminio settario più violento del ventesimo secolo, uccidendo, secondo i dati stimati da Amnesty International, più di 500.000 ugandesi di gruppi etnici diversi.
Il film è anche, a mio avviso, una metafora straordinariamente attuale, che troverebbe oggi, nel nostro paese, l’Italia, un significato forte e vivido dove le vittime non muoiono fisicamente, ma vengono debilitate e mortificate nei loro diritti costituzionalmente sanciti, da insensibili e arroganti potenti, incontrastati nei loro misfatti che quotidianamente vengono scoverchiati da una parte consistente di autorità giudiziaria fedele alla costituzione e allo stato.
ANDREA GIOSTRA
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