giovedì 13 luglio 2017

“Nel nome del popolo italiano” dal 4 settembre su Raiuno le storie di 4 servitori dello Stato: Occorsio, Mattarella, Biagi, De Grazia

“Nel nome del popolo italiano” racconta le storie di quattro eroi nazionali, il Giudice Vittorio Occorsio, il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il Professor Marco Biagi, il Capitano Natale de Grazia, attraverso 4 docu-film da 60’.
Quattro servitori dello Stato che per fare il proprio lavoro onestamente, hanno pagato con la vita. Quattro attori che non interpretano ruoli ma raccontano le vicissitudini di ognuno. La formula è la contaminazione tra racconto giornalistico e teatrale, ricostruzione e documenti. A quello che è successo, si vuole dare un senso non solo storico ma anche utile.
Il punto di vista è quello delle nuove generazioni che hanno solo sentito parlare di quelle vicende ma vogliono capire i meccanismi umani, sociali e politici che le hanno generate.  L’Italia non può crescere se non si permette ai giovani di capire quello che è successo.
Il 4 settembre in seconda serata, s’inizia con il Giudice Vittorio Occorsio, raccontato da Gian Marco Tognazzi. Il Regista Gianfranco Pannone lo ritiene un onore ed un onere quello di raccontare un “buco nero degli anni 70”. La storia di Occorsio è emblematica, all’indomani della strage di Piazza Fontana, si era fatto deviare verso una pista che non lo avrebbe portato a nulla. Tornò subito sui suoi passi. Un uomo che ha avuto il coraggio di indagare sulla loggia massonica segreta P2, sul terrorismo neofascista e sui suoi rapporti con la massoneria ed apparati deviati del Sifar. 
Fu ucciso nel 1976, mentre si recava in ufficio con la sua auto, nel quartiere Africano a Roma, a pochi metri da casa sua. La rivendicazione dell’attentato fu firmata da Ordine Nuovo. Pierluigi Concutelli fu condannato come esecutore materiale ma i mandanti non sono mai stati identificati.  
Il 5 settembre, Piersanti Mattarella sarà raccontato da Dario Aita con la partecipazione di Mimmo Cuticchio. Presidente della Regione Sicilia, venne ucciso il giorno dell’Epifania del 1980, mentre si recava a Messa, davanti alla sua casa nel centro di Palermo. Per la sua morte furono riconosciuti come mandanti i vertici di Cosa Nostra ma ad oggi sono sconosciuti gli esecutori materiali. Molto giovane era egli stesso un formatore dei giovani. Gran parte di essi fanno parte delle classi dirigenziali di adesso. Il regista Maurizio Sciarra è risalito ad una serie di tracce che gli hanno fornito i nipoti ed è riuscito a fare un percorso sull’uomo anche attraverso i loro sentimenti. 
Il 6 settembre, Marco Biagi sarà raccontato da Massimo Poggio. Il Regista Gianfranco Giagni, è stato mosso dall’intento di capire cosa ci fosse dietro il lavoro di Biagi (docente di Diritto del Lavoro e nel 2001 consulente del Ministro del Welfare Roberto Maroni per l’elaborazione della riforma del mercato del lavoro), dietro alle sue teorie e su quanto fossero state applicate. Ha realizzato un percorso a Bologna, attraverso le testimonianze di chi lo aveva conosciuto personalmente o attraverso i suoi scritti, di chi condivideva le sue idee e di chi non le approvava. Il 19 marzo del 2002 un commando di Brigate Rosse lo uccise sotto la sua abitazione, mentre tornava in bicicletta dalla Stazione Ferroviaria.
Chiude il ciclo il 7 settembre, Natale De Grazia, raccontato da Lorenzo Richelmy. Capitano di fregata, aveva indagato sui rifiuti tossici e radioattivi delle Navi dei veleni. Non fu ucciso ma morì subito dopo aver mangiato in un ristorante, mentre si recava a La Spezia per rendere dichiarazioni in Tribunale sulle indagini. La Regista Wilma Labate, ha raccontato la storia con grande passione. La risposta che ha avuto a tante domande poste, è stata quella che Natale aveva il mare dentro, andava a pesca nello Stretto di Messina, un mare pieno di significato che si è trovato ad indagare. Il nostro Paese è circondato dal mare e De Grazia ha lottato per difenderlo. Il fatto che l’ha convinta a far parte del progetto è stato chiedersi cosa rimane di Natale ai ragazzi della sua generazione. I giovani lo vedono come una tematica sepolta, non bisogna mollare la guardia, altrimenti resta poco da fare. 
Ettore Scola diceva “I messaggi facciamoli portare al postino. Bisogna insinuare il dubbio in chi ci vede, di modo che con la propria riflessione possa darsi da solo una risposta”.
Elisabetta Ruffolo