martedì 13 giugno 2017

Marina Kaminsky, pittrice italo-russa, milanese d’adozione artistica, a Fattitaliani racconta la sua Arte. L'intervista

Marina Kaminsky nasce in Siberia, al seguito del padre, ufficiale dell’aeronautica militare sovietica. Nel 1984 Marina si trasferisce in Estonia, nella capitale Tallinn, dove frequenta l’Istituto d’Arte, per diplomarsi al completamento degli studi e coronare così il sogno di bambina creativa ed artisticamente estroversa.

Continua ad approfondire i suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti di Mosca, dove si perfeziona e inizia ad individuare un suo personale stile espressivo. Nel 1994 si traferisce a Milano che da allora è diventata la sua città d’Arte e di vita, con la giovane figlia Kristina. A Milano è possibile visitare il suo splendido atelier “M.K. in Blu”, definito dai milanesi e dalla stampa “un grido di colore”. Della sua carriera ed esperienza artistica Marina ci parlerà in questa chiacchierata che sarà anche un viaggio dentro la sua anima di artista e di pittrice di indiscusso talento.

Ciao Marina, benvenuta e grazie per la tua disponibilità nel fare una chiacchierata con me sulla tua arte e sulla tua professione. La prima domanda che ti pongo è quella di chiederti di presentarti ai nostri lettori: Chi è la Marina-Donna?
Innanzi tutto una madre. A 18 anni mi sono ritrovata in pugno una stellina… un tesoro di valore inestimabile, mia figlia Kristina. Ora ha 30 anni, è una grandissima 3D-Artist e vive e lavora a New York.
Che altro dire? Complicato … Andiamo sul personale?
Essere una donna nel mio caso è imprescindibile dall’essere un’artista. La singletudine alimenta la creatività e la sublima. La vita da single è il prezzo da pagare. L’Arte non lascia molto spazio agli altri amori. Non tutti gli uomini accettano di passare in secondo piano. Io non ne ho conosciuti. Difficile accettare il mio modo di vivere. Dimentico tutto se sono presa da un progetto. Mi lascio trascinare da un’idea, divento sorda e muta. Dimentico gli appuntamenti. Divento totalmente introspettiva.
Mio padre mi chiamava May (in russo vuol dire maggio. Il mese più mutevole dell’anno). La vera primavera alle nostre latitudini.
Il mio adorato padre era un ufficiale dell’Aeronautica Militare Sovietica. Avido lettore ed intellettuale discreto e taciturno. Amava la natura in una maniera viscerale, iniziandomi al rispetto, alla riverenza ma anche al sentirmi a mio agio in grembo alla Natura. Forse ho dotato mio padre di un’aura sovrumana, ma gli devo il mio senso di sopravvivenza animalesco. Disciplina corporea e temerarietà. Per lui il mio addestramento alla sopravvivenza era un autentico atto di fede e di protezione.
Non appena iniziai a camminare, già mi costruiva un paio di sci su misura. A dieci anni smontavo e montavo un Kalashnikov in 60 secondi. Sapevo accendere il falò con un fiammifero solo (sapevo che ne aveva degli altri ma se fallivo, restavamo al buio a mangiare la carne in scatola fredda).
Dici che è una follia? Mica tanto! Dopo 40 anni sono uguale. Faccio yoga, medito, lavoro sodo e non ho paura di niente e di nessuno. Nemmeno del cancro che mi ha colta di sorpresa 4 anni fa e che sto ancora combattendo. Caratteristiche tipicamente femminili.

Caspita Marina, il tuo racconto lo immagino come un bellissimo incipit per una sceneggiatura di un interessante film. Vivo, vitale, vero e profondo. Dalle solide e resistenti radici le tue.
Chi è invece la Marina-Artista?
Anticonformista. Non mi sento affatto in pace e in armonia con la massa. Conformismo è una forza tremenda. La moda ne è un tipico esempio. Credo di avere qualcosa che somigli vagamente ad una coscienza. Faccio dell’arte, cercando di non perdere un minuto della mia vita che sia una sinfonia, un generoso dono.
Come tutti ho i miei momenti di mediocrità e dissertazione, e allora faccio degli studi. Entro in uno stato di attesa che è un’esperienza più angosciosa. Mi affloscio, perdo forza e mi dissolvo nell’aria che diventa vuota. L’ispirazione coglie all’improvviso. Sogno i colori forti, l’energia che si libera dagli smalti “golosi”, oro, rosso, viola, blu … Li maneggio, mescolo con le mani. Vorrei mangiarli e mi sveglio di soprassalto in piena notte e smetto di dormire finché non realizzo ciò che immagino; è un vortice di gioia, una smania, un raptus disarmante che non riesco dominare. Ingannevole e affascinante come una porta misteriosa. Sono ostinata. Entro.
Marina, nel 1994 dalla Russia ti sei trasferita a Milano. Qual è stata la spinta che ti ha portato nel Bel Paese? E cosa ricordi dei primi anni di soggiorno in Italia che vuoi condividere con i nostri lettori?
Domanda di riserva? Quanti giorni ho per raccontare? (sorride!)
Avevo deciso di scappare dai ghigni falsi a doppia dentatura e dai baci in bocca tra i capi del Governo. Il Nuovo Mondo è troppo patetico, infantile e cannibalesco. L’Europa ha avuto il suo regolare salasso di sangue e tutto sommato abbastanza pacifica. Europa, quindi Italia. Culla dell’Arte e dell’ingegno, clima mite. Perfetto per una ragazza siberiana/baltica.
Ho sempre preso con straordinaria leggerezza i trasferimenti. Adoro i posti nuovi, adoro integrarmi nelle nuove società. Le manipolazioni dell’Universo mi hanno portata a Milano. Amore per un luogo è simile ad un sentimento di amicizia. Non vedi i difetti e i pregi raddoppiano di valore. Milano per me è una madre adottiva, è la città dove ho vissuto più tempo nel corso della mia vita da eterna vagabonda. Milano è casa mia.
Nella mia introduzione ho parlato della tua formazione prima a Tallinn e poi a Mosca. Che età avevi quando hai iniziato ad imparare le tecniche per esprimere la tua pulsione artistica?
La pulsione artistica è innata, è fisiologica secondo me. L’ho avuta da quando mi ricordo. Mi divertiva di più ritagliare il servizio dei piatti dalle tende di cucina, irrigidendoli poi con la colla, piuttosto che giocare coi piattini acquistati nei negozi di giocattoli. Combinavo certi disastri … è solo uno degli aneddoti. Le tecniche pittoriche iniziai a studiarle molto presto, già alle elementari frequentavo i laboratori d’Arte. Le tecniche bisogna conoscerle, saper utilizzare gli strumenti è la base. Serve, bisogna imparare per poi dimenticare e sperimentare, evolversi, provare di trovare l’unicità (non è detto che ci si riesca). Sono cresciuta a pane, Otto Dix e Vasilij Kandinskij. Espressionisti in genere.
Sai bene, Marina, che per essere artisti occorrono gli strumenti per esprimere il proprio talento. Nel Rinascimento italiano erano i Maestri d’Arte a trasmettere le tecniche e la maestria nell’uso degli strumenti con cui operare e creare, con i quali modificare la realtà e trasformare il noto in nuovo. Chi sono stati i tuoi Maestri d’Arte che vuoi ricordare in questa conversazione? Cosa ricordi di loro che ami raccontare?
Gli incontri fondamentali sono stati con Ernesto Treccani e Rodolfo Viola.
Ernesto abitava in una “mansarda” in via Dei Giardini. Sono stata presentata al maestro che aveva già una certa età. All’epoca non potevo permettermi di occuparmi solo dell’arte (avevo le rette scolastiche di mia figlia da pagare …), è stato un periodo tosto. Non auguro a nessuno di fare l’artista della domenica. Ernesto ha dato un’occhiata ai miei lavori e mi disse: “Hai un dono e una missione. Tu DEVI creare” e mi ha baciato la mano. Che onore!
Un altro maestro che è stato fondamentale per me è Rodolfo Viola, che è tutt’ora un grandissimo amico. Mi ha insegnato tanti trucchi del mestiere. Tanti effetti che non puoi imparare all’accademia. Possono essere trasmessi solo per esperienza diretta. Tante furbizie e giochi di prestigio.
Per esprimere il proprio talento non ci sono né limiti né regole. Utilizzo di tutto, l’elenco è lungo ed in continua evoluzione. Per creare qualsiasi cosa, in primis serve un’idea, poi per realizzarla tutto è lecito: biglietti del tram, le foglie degli alberi, la polvere, la bresaola, un’arancia. L’Arte è ovunque!
Qualsiasi professione, quando fatta bene, ha bisogno di un periodo di “gavetta” … almeno così, come ben sai, la chiamiamo in Italia (sorrido!). Tu, Marina, cosa ricordi dei tuoi primi anni di attività artistica, della cosiddetta gavetta, dove si lavora tanto e si guadagna pochissimo o nulla? E quali sono state le difficoltà che hai dovuto affrontare e superare?
La gavetta non finisce mai. Si lavora sempre tanto e si guadagna poco. Non dimenticare i costi del materiale, dell’atelier (il mio è in centro di Milano), è un investimento enorme. Pochi artisti diventano ricchi in vita. Sicuramente è più facile realizzarsi nelle altre professioni. Ezra Pound diceva: «Acquistare le opere da un artista che ha bisogno di soldi (per comprare gli strumenti, il tempo, il cibo) è come mettersi alla pari dell’artista, costruire dell’Arte, creare.»
Saprai come tutti, Marina, che nel mondo dell’Arte ci sono moltissimi giovani talenti che purtroppo non riescono ad esprimersi compiutamente e ad avere successo. Spesso vengono ingaggiati ed incastrati da artisti senza scrupoli che ne fanno i loro “Nigger”, come si usa dire in gergo, ovvero dei giovani artisti che devono realizzare centinaia di opere nello stesso stile dell’artista che glieli ha commissionati senza però averne nessun riconoscimento se non quello di qualche soldo per vivere. Un fenomeno che inizia nei paesi anglosassoni (U.S.A., Inghilterra, Australia), ma che adesso si sta sviluppando anche in Europa, e in Italia da un po' di anni a questa parte. Quando eri una giovane artista hai mai ricevuto questo genere di proposta? Qual è la tua idea rispetto a questo fenomeno in larga diffusione?
E sì, il fenomeno Nigger esiste ma credo che sia più diffuso nel mondo letterario. Esiste da secoli. La cosiddetta bottega. Nel rinascimento era normale.
Non ho mai ricevuto proposte di questo genere. Mi è stato proposto più volte il contratto di esclusiva, questo sì. Rigare dritto e produrre un tot a settimana, ma nel mio stile però. Sono un cane sciolto, non sopporto i legami così stretti.
Marina, se per un motivo qualsiasi dovessi lasciare l’Arte, cosa ti piacerebbe fare? Quali pensi siano gli altri tuoi talenti?
Non mi sono mai posta la questione. L’Arte è il mio alimento, il flusso vitale, suprema luce. Non può mancare.
Recentemente ho assistiti ad una tua Art-Performance con il pittore italo-statunitense Celio Bordin. Un’esperienza straordinaria e veramente interessante per gli amanti d’arte e per coloro che si inebriano nel veder realizzare dal vivo un’opera. Vuoi per favore spiegare ai nostri lettori cos’è un Art-Performance?
Art-performance è una magia. Una catarsi artistica totale. Non è facile verbalizzare, è una dimensione multisensoriale. E hai ragione, è inebriante. Performare, creare sulla stessa superficie con un altro artista in completa simbiosi, è un autentico miracolo. Ho già performato con Celio Bordin, ma mai sulla stessa tela. “Crittografia” ha creato una terza entità, non è più né io né Celio, è qualcun’altra … Abbiamo generato un “mostro” che continuerà a creare.
Quando e dove sarà il tuo prossimo appuntamento di Art-Performance?
Chi sa …? Forse molto presto …
Marina, se ti fa piacere, vuoi descrivere ai nostri lettori una delle tue opere che potranno vedere in foto mentre leggono questa intervista?
“Amare sé stessi”
Amare sé stessi non è egoismo. Se non ami te stesso, non ami nessuno. Non puoi dare quello che non hai. Ma tu, come ti ami? Se ti ami? Con quale gestualità? Ti abbracci? Ti proteggi? Ti difendi? Ti rimproveri? Giochi con te stesso? Leggiadra esteticamente ma è un’opera che interroga. Il concetto è esistenziale, basilare.
Chi volesse conoscere le tue Opere, dove può vederle? Quali saranno i tuoi prossimi appuntamenti espositivi? Le tue prossime mostre?
Trovarmi è molto facile, il mio atelier è nel centro di Milano. Atelier M.K. in Blu, in via Santa Maria Valle, 4. Ed è anche uno spazio espositivo. Benvenuti nel mio mondo! Esporrò quest’estate a Venezia a Ca' Zenobio degli Armeni, e alla fine dell’anno una mostra personale a Gerusalemme.
Marina, raccontaci qual è la tua “Poetica” nell'Arte che crei e che realizzi, nell'accezione classica del termine, quella di Aristotele che la usò per la prima volta in uno scritto intorno al 330 a.C. e che analizzava l'Arte, in tutte le sue forme espressive, distinta dall'Etica e dalla Morale, introducendo due concetti fondamentali per la comprensione dell'Opera Artistica: la “Mimesi” e la “Catarsi” , concetto successivamente, alla fine dell'800, ripreso da Freud nell'elaborazione della Psicoanalisi.
Si, perché nel 330 A.C. non esisteva l’Arte concettuale. L’Arte era pura estetica o mitologia o un racconto epico. L’avvento della fotografia nel secolo scorso ha rivoluzionato l’Arte visiva. Niente più regole. Per quanto mi riguarda, non escludo né mimesi né catarsi. La mia arte è un rito purificatore di riequilibrio dove l’intelletto non è una costrizione ma il supporto all’immaginazione, è come credere in Dio senza escludere la teoria del Big Bang.
Ti ho raccontato, Marina, della mia grande passione adolescenziale per la letteratura russa, ed in particolare per Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881) del quale ho letto tutto, che considero il vero padre della psicologia del profondo e che ispirò tantissimo Sigmund Freud nel concepire la psicoanalisi. Uno dei romanzi di Dostoevskij che amo di più è “Delitto e Castigo” (1886), dove si possono leggere queste parole: «Se avessi voluto aspettare che tutti fossero diventati intelligenti, sarebbe passato troppo tempo ... Poi ho capito anche che questo momento non sarebbe arrivato mai, che gli uomini non cambieranno mai e che nessuno riuscirà a trasformarli e che tentar di migliorarli sarebbe fatica sprecata!». Dall’altra parte dell’Europa, a Palermo, sul grande frontale del Teatro Massimo, aperto al pubblico nel 1897, è incisa questa frase: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». Qual è la tua riflessione leggendo queste due bellissime frasi?
Dostoevskij è di un pessimismo abissale e tormentato, ma in fondo sono russa, ergo melodrammatica. Non aspetto nemmeno io che gli altri cambino, comincio da me. Non credere però che siamo tanto diversi, avete solo più pathos e siete veri generatori e rinnovatori dell’Arte.
Per rimanere su Sigmund Freud, un’altra mia grande passione letteraria ma soprattutto clinica e psicodinamica, saprai di certo che scrisse diversi articolo e saggi sull’Arte. Il concetto dominante era sempre lo stesso: «L’Arte è l’espressione più poderosa del profondo dell’animo umano. Attraverso l’espressione artistica possiamo sapere chi siamo veramente dentro la nostra anima!» Non è proprio una citazione, ma è quello che ne ho tratto dalle letture freudiane. Molti anni dopo, Jackson Pollock (1912-1956), disse queste parole: «Tutti noi siamo influenzati da Freud, mi pare. Io sono stato a lungo junghiano. La pittura è uno stato dell'essere. La pittura è una scoperta del sé. Ogni buon artista dipinge ciò che è.» Qual è la tua prospettiva esperienziale ed artistica rispetto alle parole che ti ho appena letto di questi due grandissimi genie e rivoluzionari del modo di concepire la vita e l’arte?
Io avrei potuto dire le parole di Pollock e tu di Freud se fossimo vissuti prima di loro …
Se ti venisse chiesto di spiegare cos'è l'Arte a due bambini di dieci anni, con parole semplici e comprensibili a qualsiasi bambino di quell’età, cosa racconteresti loro?
Gli adulti non hanno da insegnare niente ai bambini. Il bambino percepisce l’Arte al di là del raziocinio. L’Arte non è una formula matematica, o piace o non piace. Non è grave per nessuno, tranne l’artista, ma l’artista incassa se no non farebbe l’artista. Per antonomasia l’artista è egocentrico, vanitoso, egoista ed esibizionista.
Direi ai bambini che l’Arte è l’inizio di tutto, saper inventare la bellezza, e soprattutto unicità. Qualsiasi cosa vi circonda, colori, forme, sapori … qualcuno ha inventato, ha creato dell’Arte.
E se quei bambini fossero strani, sono sicuramente gli artisti di domani, e allora gli direi che hanno scelto la strada più difficile anche se può sembrare il contrario, perché essere un artista è uno stile di vita. L’artista lavora sempre, anche quando dorme. A quale scopo? Con quali speranze? Immortalità.
Se dovessi scegliere un colore tra il rosso e il blu, quale sceglieresti? E perché?
Il blu. Il mio atelier si chiama M.K. in Blu. Colore dell’acqua, dell’aria, della vita. Io sono blu.
Se dovessi scegliere un fiore, quale sceglieresti? O meglio, se un ammiratore volesse regalarti un mazzo di fiori dopo una tua performance, che fiori ti piacerebbe ricevere?
Adoro i fiori molto colorati, ma se un ammiratore mi regalasse una pianta di aloe o di rosmarino, sarei veramente contenta.
Queste due domande le faccio quasi sempre agli artisti che intervisto perché rappresentano uno strumento indiretto per comprendere qualcosa in più della loro intimità. Quello che hai detto, Marina, in fondo rappresentano aspetti della tua essenza che hai già rivelato nelle tue precedenti risposte, in modo indiretto, e a questo punto sono una conferma della tua razionalità, della tua essenzialità, e del vedere il mondo e la vita da una prospettiva illuministica e cartesiana. E da questo punto di vista, a mio avviso, sei una donna affidabile e certamente con i piedi ben saldi per terra. (sorrido!) Quindi i miei complimenti, perché nell’immaginario diffuso, oggi l’artista è visto come stravagante e inaffidabile. E mi piace molto quando incontro artisti che possiedono una matrice culturale e professionale che si fonda sulla disciplina e sulla credibilità artistica.
Marina, per finire la nostra chiacchierata, mi piacerebbe che ci raccontassi qual è il tuo songo nel cassetto che oggi vorresti realizzare e che ti porti dentro fin da bambina?
Io dipingo i sogni! Ne ho tanti, qualcuno si è avverato. Ho anche un incubo personale di sempre che è quello di privarmi della libertà di scegliere di vivere secondo il mio istinto.
Grazie Marina per essere stata con me e per averci raccontato della tua arte e della tua vita di artista. Il mio in bocca al lupo è molto sentito e spero di incontrarti presto per un’altra chiacchierata o per una tua bellissima personale. Grazie ancora e alla prossima…
Grazie a te Andrea per questo viaggio nel mio passato.
Murat Dishek, un artista e caro amico diceva: “L’Arte è un’arma, tramite la quale l’artista rompe la crisalide dell’inesistenza e si manifesta quale magnifica farfalla che porta gioia al mondo tramite la sua divina perfezione”.
E io concludo che la strada verso la luce è un volo libero attraverso lavoro quotidiano e obiettivi ben definiti. Arrivederci a presto!
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I lettori che volessero conoscere l'Arte di Marina Kaminsky:
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Autore dell'intervista, Andrea Giostra:

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