domenica 25 giugno 2017

Giuseppe Dicevi, “Danilo Dolci. Una vita contro miseria, spreco e mafia”. La recensione


Giuseppe Dicevi, “Danilo Dolci. Una vita contro miseria, spreco e mafia”, Ed. Coppola, Trapani, 2013.
Recensione di Andrea Giostra.

«Vuàtri chi viditi e non viditi: / Judici, prufissura ed avvucati / a cu’ avi ragiuni, tortu faciti, / e a cu’ avi tortu, ragiuni ci dati …» (Petru Fudduni, 1600-1670, poeta siciliano), è questo l’incipit dell’assai interessante saggio di Giuseppe Dicevi sul sociologo partinicese d’adozione Danilo Dolci (28 giugno 1924–30 dicembre 1997). Dolci fu il più importante intellettuale e studioso dei fenomeni di mafia, di esclusione sociale, di ignoranza, di analfabetismo, di povertà della seconda metà del ‘900 italiano, soprannominato per le sue dirompenti attività non violente il "Gandhi della Sicilia". Nel 1952 si trasferì e visse nella più bella isola del Mediterraneo fino alla sua morte. Fu uno scienziato e saggista molto conosciuto nei paesi anglosassoni, tanto che molti suoi lavori furono pubblicati contemporaneamente in inglese e in italiano, ed ebbero un successo dirompente non solo tra gli addetti ai lavori, ma nel grande pubblico soprattutto giovanile. Scrisse con validità scientifica e potenza narrativa delle condizioni dei contadini siciliani vessati dalla mafia e dal feudalismo nobiliare di allora; scrisse di miseria, di mancanza di igiene, di povertà e di esclusione sociale di un popolo ai margini del mondo occidentale … scrisse di “spreco” e di “depravazione”: allora com’è oggi! Divenne una vera è propria Intellectual-Star dei giovani idealisti italiani, statunitensi ed europei del novecento. Candidato per ben due volte al Premio Nobel per la Pace, sigillò la sua caratura planetaria di grandissimo intellettuale e attivista pacifico in favore dei poveri e degli emarginati del sud dell’Europa e della Sicilia in particolare, con decine di premi e riconoscimenti internazionali. Dolci ebbe grandi sostenitori e alleati delle sue idee rivoluzionarie, basti ricordare solo alcuni dei suoi importantissimi amici che lo appoggiarono esponendosi pubblicamente e che sposarono le sue teorie e le sue azioni sul campo, tra tutti Carlo Levi, Erich Fromm, Bertrand Russell, Jean Piaget, Aldous Huxley, Jean-Paul Sartre, Ernst Bloch, Noberto Bobbio, Leonardo Sciascia, e tanti altri.
Il lavoro di Giuseppe Dicevi si sviluppa a partire dagli atti del convegno di Palma di Montechiaro del 1960, di cui scrisse allora lo stesso Danilo Dolci, e ripercorre l’incisività e la potenza di quella che oggi viene chiamata tecnicamente ricerca-azione; ovvero, un intervento sociologico e di politica attiva costruita con le proposte vere ed efficaci partendo da un’analisi attenta e puntale delle condizioni del territorio, delle esigenze del contesto, dei bisogni reali della gente che abita quei luoghi. È tutto lì il metodo di Danilo Dolci, apparentemente semplice, ma al contempo straordinariamente complesso perché deve tener conto di tutti i fattori che incidono su una determinata area, che sono di diversa natura e di diverso potere: è troppo lungo l’elenco delle “direttrici” che incidono su un fenomeno sociale al quale porre rimedio per scriverlo in queste poche righe. Ma certamente possiamo dire che quello che teorizzava e creava Dolci al suo tempo, si basava su concetti imprenditoriali e sociali oggi largamente diffusi e condivisi da tutti i più grandi “planner” del mondo, quali quelli di progettualità, programmazione, organizzazione, fattibilità, sostenibilità, sviluppo. I relatori di Palma di Montechiaro furono grandissime personalità del ‘900 che il lettore potrà leggere nel libro di cui stiamo scrivendo. Il saggio di Giuseppe Dicevi è da leggere anche per questi motivi.
Forse oggi, alla luce dei mutamenti sociali ed economici del XXI secolo, la lettura delle opere, degli scritti e degli studi di Danilo Dolci, è più attale che mai. Forse oggi che in Italia la cultura e l’incidenza delle azioni politiche contemporanee eccellono per straordinaria modestia e non hanno nessun appeal a livello internazionale, se non quella che ci hanno lasciato i nostri antichi avi e le generazioni di artisti del secolo appena trascorso, rileggere sotto la guida scrupolosa e intelligente di Giuseppe Dicevi le gesta intellettuali, sociologiche e culturali di Danilo Dolci, potrebbe essere un modo per riscoprire la matrice genetica degli italiani che hanno fatto la storia della saggezza e della conoscenza nel mondo; che non è certo quella della maggioranza degli “intellettuali” italici viventi che pavoneggiano una “sapienza” da cortile, o meglio, di qualunquismo da bar.
ANDREA GIOSTRA.

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