martedì 16 maggio 2017

Emilia Romagna, Primavera in Jazz: il racconto di Fattitaliani

Si è appena concluso il Ravenna Jazz 2017, giunto alla sua 44° edizione, con dieci giorni (5-14 maggio) attraversati da alcuni grandi eventi live al Teatro Alighieri tra i quali i concerti di Pat Metheny e di Billy Cobham, con le perfomances più esplorative della sezione di Ravenna 44° Jazz Club in vari club della città e dei dintorni, oltre ai concerti pomeridiani Aperitifs in numerosi locali cittadini del centro storico nei quali dieci artisti sono stati chiamati a suonare in solitudine, un workschop sulla vocalità e un concerto finale con centinaia di giovanissimi musicisti provenienti dalle scuole ravennati con la partecipazione di Paolo Fresu.

Abbiamo fatto un assaggio del vasto menu e riportiamo due fotografie, sicuramente diverse tra di loro, ma indicative per capire l’ottimo livello di quest’ultimo grande evento ravennate. 
Il 5 maggio al CISIM di Lido Adriano siamo stati travolti dalla fusion virtuosistica del Trio Bobo che ancora una volta, evocando il modo cabarettistico di stare in scena di Elio e le Storie Tese (da cui proviene la sezione ritmica di basso e batteria), ci ha offerto cover e pezzi originali nei quali jazz, rock e funk danzavano insieme a ritmi incalzanti. Alessio Menconi alla chitarra, Faso al basso elettrico e Christian Mayer alla batteria hanno confezionato una musica gioiosa, resa facile anche quando non lo è affatto, perfetta nei meccanismi esecutivi, ricca di citazioni - Led Zeppelin, Deep Purple, Jimi Hendrix, ma anche Joe Zawinul e Weather Report - poste sempre su un livello di autoironia addirittura dilagante. Hanno eseguito i brani del loro ultimo progetto Peppers Games, dimostrando ancora una volta che il loro quarto elemento è quel pubblico che nei club o nei pub si fa sentire e fa diventare tutto più facile e alla portata di tutti, anche per chi certa musica non la ascolta d’abitudine. 
Lo spettacolo è andato ben oltre la cornice tradizionale del concerto, come spesso fanno gli artisti veri che non separano la performance dalla vita, così che li abbiamo ritrovati seduti su un lato del palco a firmare il loro CD, continuando senza sosta il loro fare scanzonato e scherzoso con tutti, di sicuro convinti che lo spettacolo dovesse continuare ben al di là degli spazi e dei tempi convenzionali. 
Il 13 maggio è avvenuto l’incontro con il Billy Cobham Quartet al teatro Alighieri di Ravenna. Impossibile ripensare la grande stagione fusion degli anni Settanta senza il drumming di Billy Cobham, che di quel genere è stato uno dei padri fondatori, motore ritmico inimitabile per potenza e precisione, già metronomo dei viaggi sonori di un numero sterminato di musicisti della scena jazz, come Horace Silver, Stanley Turrentine, Schirley Scott, George Benson e Miles Davis. E proprio nella fase elettrica di Davis, il grande contaminatore, che Cobham incontra John McLauglin col quale darà vita alla mitica Mahavishnu Orchestra, così come sempre nella straordinaria fucina di Davis nascerà il sodalizio di  Wayne Shorter e Joe Zawinul che fonderanno i Weather Report. Il jazz-rock è così sfornato all’inizio di quegli anni Settanta ed è pronto a moltiplicarsi producendo capolavori non solo legati alle due formazioni appena ricordate, ma anche ai Colosseum di Jon Hisemann o ai i Soft Machine di Robert Wyatt, senza dimenticare i contributi di Frank Zappa, di Herbie Hanckock, Keith Jarrett e di  Chick Corea sempre pronti alle nuove sperimentazioni della fusion e alle contaminazioni di genere. E la fusion di questi grandi artisti è spesso nelle mani di grandi batteristi con stili spesso ipercinetici e tumultuosi, di certo innovativi, perché devono al contempo servire il jazz che è fatto di complessità e sottigliezze, servire il rock per sua natura martellante e irruente, ma anche servire il funk con i suoi groove ipnotici. E tutte le volte che lo incontriamo, Cobham è capace di riportare alla luce l’intensità degli anni d’oro del jazz-rock,   avvalendosi di una band di livello con Carl Orr alla chitarra, Christian Gálvez al basso elettrico, Steve Hamilton e Camelia Ben Naceur alle tastiere in continuo dialogo tra di loro. Gran concerto, molta sostanza e buon ripasso di questo genere musicale che, nel caso di Cobham, è realizzato attraverso una sorta di continua e sempre innovativa riscrittura del suo prototipo di base, l’album del ’73 Spectrum, lasciato sullo sfondo quasi come fosse un indispensabile canovaccio per i suoi giovani musicisti che l’hanno accompagnato e che lui ha guidato con l’energia di sempre.
Due assaggi dicevamo, ma da mesi in Emilia Romagna le occasioni jazzistiche sono di grande interesse e ci permettiamo di evocarne una su tutti: il concerto avvenuto il primo aprile al Torrione di Ferrara per Crossroads con Steve Coleman in trio (il trio Reflex). Qui nulla di spettacolare, ma pura sostanza jazzistica.
È stato un intro non convenzionale quello che ha aperto il concerto di Steve Coleman e due dei suoi five Elements.  In un primo momento Coleman crea l'atmosfera con un reticolo ipnotico del ritmo, tenuto insieme dal laccio di Sean Rickman, altro batterista di primissimo livello. Sull’assolo scarno e frenetico di sax alto si inserisce il basso di Anthony Tidd  che progressivamente dà corpo al brano. Questo d’altra parte è lo schema compositivo che regge il dialogo di Coleman con Tidd e Rickman per tutta la serata: nuclei ritmici dettati da frasi essenziali proposte dal leader, ora doppiate ora contrappuntate dal basso con una sorta di continua chiamata-risposta, il tutto integrato ma anche contrastato dalla batteria.Steve Coleman e il suo cadenzato sax alto ha offerto un puzzle ad incastro ritmico, fatto di battiti sfollati e accenti strani, ma con strutture armoniche unresolving, tenute insieme da un sistema ispirato da un mix di misticismo e matematica che guida la band come una mano nascosta. Le prime note di Coleman sono dolci, sostenute e inumidite con un pizzico di vibrato, ma ben presto si  gira in variazioni minute su un tema tortuoso, frasi in loop ancorate solo da un riff di due note dal basso di Tidd.Ci sono dietro più di 30 anni di lavoro - ha le sue radici negli anni Ottanta a Brooklyn – ma i suoi temi rococò e i suoi ritmi in mutare formano ancora oggi un sound fresco e futuristico. “Jazz è soltanto una parola e in realtà non ha significato”: con queste parole Duke Ellington intendeva esprimere la sua contrarietà verso ogni tentativo di incasellare la vastissima vicenda della musica afro-americana in una qualche formula. L’insegnamento di Ellington è stato raccolto da Steve Coleman che si è sempre speso per ampliare i suoi orizzonti artistici. Ha evitato di farsi incasellare in comodi schemi acquisiti, per questo ha prodotto lavori di estremo sperimentalismo come il solo di saxofono del 2007 pubblicato da un’etichetta iconoclasta come la Tzadik di John Zorn. Col passare degli anni la sua intensa ricerca musicale ha assunto connotazioni quasi esoteriche, soprattutto quando ha teorizzato una Sacra Geometria in continuo mutamento, un’energia che supera le forme musicali consuete. Questo il mutamento che è alla base di ogni evento musicale, a dispetto di ogni apparenza stilistica, un mutamento che opera e interagisce senza sosta alcuna con la tradizione. lo stesso Coleman ha in più occasioni ricordato la lezione di giganti come J.S. Bach, Bela Bartok, John Coltrane. Un modo insolito e onesto per dire che l’arte vera ha sempre superato se stessa e ha sempre guardato oltre. 
Questo oltre è quello che abbiamo ascoltato a Ferrara per Crossroads all’interno di Ferrara jazz, nella cornice strepitosa del Torrione, uno dei jazz club più cool della regione. Un set unico con due bis per un pubblico rapito da un sound che non dà tregua, ipnotizza trascina e fa scuotere la testa. Grande spazio alle improvvisazioni sempre però su un lavoro di ensemble perfetto, come perfette sono state tutte le chiusure all’unisono. Si respira intesa tra i tre dei mitici five Elements, intesa costruita sul palco e in studio da tre professionisti che si divertono un sacco e fanno divertire, neofiti e non. Professionalità e voglia di sperimentare è anche qui la ricetta vincente che ha dato vita a una serata degna di nota.                 
Paola Bini e Cesare Albertano.

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