mercoledì 1 febbraio 2017

The Bronze Bananas e il disco d'esordio con 11 canzoni, una sorpresa dietro l'altra. La recensione di Fattitaliani

Non dal Sudamerica e neanche dalle calde spiaggie dei caraibi: le banane, nel futuristico 2017 vengono dalla Romagna. Stiamo parlando delle banane di bronzo (The Bronze Bananas) che recentemente hanno inciso su disco 11 canzoni che costituiscono il loro esordio, in uscita il 4 febbraio e che porta il loro nome.

Se andate a guardare sulla sezione informazioni della loro pagina facebook (quella cosa che non guarda più nessuno), noterete che alla voce "Genere" hanno inserito la risposta Plurale (maschile). Probabilmente giocavano, scherzavano, come fanno d'altronde in tutte le loro canzoni, ma in questo gioco o scherzo c'è un fondo di verità. Il primo brano (Dreaming) fa incontrare Artick Monkeys e Tame Impala con uno sguardo al passato e a quell'indie rock che fra '80 e '90 ha rappresentato una solida alternativa al pattume discografico. Poi, con il secondo brano (Many Ways), mutamento generale, credevo di essere finito in Making Movies dei Dire Straits. È come se il gruppo resti sempre sulla stessa linea, sullo stesso percorso, ma faccia centinaia di passi avanti e indietro in ogni singola traccia; sempre lo stesso stile, sempre la stessa sonorità, ma ogni traccia è una cosa nuova, tant'è che dopo tre, quattro brani cominci ad incuriosirti, a chiederti cosa si inventeranno per quello successivo, e ti sorprendono sempre.
Mai monotoni, ma sempre coerenti, quindi, anche quando passano dal blues rock alla Black Keys (a proposito, che fine hanno fatto?) al "reggae", che reggae non è, ma lo ricorda con gli accordi che ritornano e il basso marcato (nella, a mio avviso, stupenda Nobody's Child).
Quando credi di aver trovato almeno una certezza in qualcosa, ecco che ti stravolgono anche quella: pensavo di stare tranquillo almeno sulla lingua del cantato, un inglese pulito che oltre alla solo lingua aggiunge atmosfere britanniche al sound che le accoglie volentieri, invece no, cambiano anche quello, ma non lo fanno, questa volta, da un brano all'altro, ma nel bel mezzo dello stesso (sempre Nobody's Child) come se fossero i "comici" Van Houtens, passando (egregiamente) al cantato italiano quasi a metà frase.
Il tocco di classe arriva verso la fine, con il singolo Watching the rain: un brano che inganna, che ti fa illudere che si stiano toccando note di malinconia e tristezza invece nascondono una certa allegria e speranza (come testimonia anche il video).
Non so chi abbia curato la disposizione dei brani all'interno del disco ma sicuramente dà un qualcosa in più a tutto il progetto, le tracce sembrano susseguirsi naturalmente nonostante (credo) siano state concepite in tempi diversi e contesti diversi.
Insomma un gran bel progetto e un gran bel disco, con un paio di brani che ascolterei tranquillamente in radio, la domenica mattina (che si sa che di domenica c'è sempre il sole). Un sound fresco, studiato, che fa trasparire la voglia che hanno questi quattro ragazzi romagnoli di fare musica e farla bene.
Che dire, ascoltate le banane che contengono potassio.                                           Giuseppe Vignanello
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