sabato 5 novembre 2016

Elezioni Usa: per i sondaggi è testa a testa tra Clinton e Trump. Parla l’americanista Alia Katia Nardini

A pochi giorni dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, che si terranno martedì prossimo, è sempre testa a testa fra Hillary Clinton e Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, nessuno raggiungerebbe la soglia dei 270 grandi elettori. In base agli ultimi sondaggi l'ex first lady democratica è a quota 268, mentre il magnate repubblicano è a 204, con 66 grandi elettori ancora in bilico. Massimiliano Menichetti ne ha parlato con l’americanista Alia Katia Nardini, docente di relazioni internazionali allo "Spring Hill College" di Bologna: 

R. – Capita sempre che un candidato non raggiunga la soglia dei 270 grandi elettori, prima del voto. Quello che accade questa volta è che la battaglia si è fatta particolarmente aspra in quelli che sono conosciuti come i “Battleground States”, quegli Stati quindi che possono o cambiare orientamento, a seconda delle elezioni, oppure riservare sorprese in base all’andamento elettorale di un particolare momento in cui si esprime la preferenza degli elettori. Quello che sicuramente è nuovo in queste elezioni è che un candidato come Trump non si pensava potesse arrivare così vicino a insidiare il primato di Hillary Clinton, che si è mantenuta saldamente in vantaggio per quasi tutta la corsa presidenziale. Quindi, diciamo che il successo di Trump è un elemento nuovo che sorprende, specie a così pochi giorni dal voto.

D. – Secondo alcuni osservatori c’è chi dice che queste elezioni evidenziano un po’ una criticità, un malessere della politica americana …

R. – Certamente: il malessere è il vero vincitore di queste elezioni ed è un malessere almeno duplice. Quindi, come il problema del Partito repubblicano di riassorbire una spaccatura interna molto evidente e molto profonda non soltanto tra tutti i candidati da un lato e Trump dall’altro, che è stato l’elemento di rottura, ma anche tra i candidati stessi: quindi, la presenza di queste varie correnti, quella libertarian, quella dei bi-parties, quella del conservatorismo tradizionalista, quella dell’establishment e quella atipica di Trump, all’interno di un partito che poi invece dovrà serrare i ranghi e andare avanti compatto. Poi, invece, un altro elemento che denota il malessere che prevale oggi negli Stati Uniti è quello della mancanza dell’élite di rispondere alle preoccupazioni dell’elettorato, quindi quanto entrambe le leadership di partito e tutto l’apparato di supporto dei due partiti – quindi sia lo schieramento repubblicano sia quello democratico – non siano in grado di cogliere le preoccupazioni reali della gente comune. La disaffezione della politica che si traduce in un supporto consistente per un candidato nuovo: Sanders nel caso dei democratici, e Trump nel caso dei repubblicani, che si muove completamente al di fuori delle logiche di partito che abbiamo visto finora.

D. – L’elettorato americano è condizionato dagli endorsement o dagli scandali interni: quanto incide sul voto, invece, la lettura che danno i Paesi esteri sui due candidati?

R. – Per nulla. Non c’è nulla sui giornali statunitensi né sui media che riporti una minima considerazione per quello che si dice nel resto del mondo, riguardo alle elezioni americane. Si è parlato chiaramente di sé e quanto la Russia, nella persona di Vladimir Putin, possa avere interessi riguardo a un possibile risultato che privilegi Trump; ma questo è diverso dal condannare un’ingerenza che ancora non si vede, se non per supposta campagna della parte di Clinton. Invece, riguardo all’Europa si è detto qualcosa sull’effetto Brexit, ma anche qui non si è parlato di conseguenze nei rapporti con la Gran Bretagna ma di quanto ci fosse stata una lettura errata nelle preferenze dei cittadini britannici per il voto del Brexit, e se si potesse verificare una simile confusione anche nel valutare le elezioni americane.

D. – Dunque, che America uscirà, al di là del vincitore?

R. – Sarà un’America spaccata, sarà un’America che – al di là delle previsioni funeste dei democratici – sarà sicuramente più portata a vedere il conflitto sociale in chiave violenta, il che non vuol dire che ci sarà necessariamente più violenza, ma vorrà dire che queste fratture che si sono manifestate tra l’élite e la gente comune, tra i partiti e i candidati dei partiti, rappresentanti di partiti, tra le lobby e i partiti stessi, potrebbero dare vita a contrasti sociali forti che sicuramente potrebbero rallentare il muoversi in avanti degli Stati Uniti, il recupero della crescita economica, l’occupazione, tutti i problemi nelle università, le differenze di razza e di genere … Quindi, tutti questi conflitti potrebbero acuirsi. A prescindere da chi sarà il candidato che vincerà: proprio per questo discorso del malessere che non è stato ancora considerato fino in fondo. Massimiliano Menichetti, Radio Vaticana, Radiogiornale del 5 novembre 2016.