martedì 4 ottobre 2016

“Le vie dell'insonnia” 1° album di Lisa Giorè: gomitoli di pensieri che si intrecciano fra le note. La recensione di Fattitaliani

Si potrebbe parlare per ore sull'importanza di un inedito e su quale sarebbe la giusta impostazione da dare ad un disco d'esordio.
Onestamente credo che, nell'imporre uno schema intimo e personale, non si cada mai in errore. Già dal primo disco bisogna gettare una serie di tracce che esprimano al meglio l'essenza di ciò che sei e che raccontino al mondo quale sia la tua vera personalità, senza troppi giri di parole. È esattamente quello che fa Lisa Giorè con questo suo album d'esordio dal titolo “Le vie dell'Insonnia”.
Un titolo che è tutto un programma: nel disco si generano e crescono veri e propri gomitoli di pensieri, che si intrecciano, si annodano, si perdono fra le note, fino a creare una matassa informe che, tuttavia, esprime al meglio tutti i pensieri che passano per la testa dell'artista. 
Pensieri di qualsiasi tipo, che magari ognuno di noi si trova a fare, ma che vengono posti sotto la lente di ingrandimento. E quando si riflette a lungo su qualcosa il pensiero diventa inesorabilmente il più grande parassita dell'universo, radicandosi profondamente nella mente e  portandosi con se ogni possibilità di addormentarsi. 
Tutto questo Lisa Giorè lo sa, e lo racconta con invidiabile maestria: dei testi toccanti e che fanno riflettere vengono sparati in faccia all'ascoltatore portandolo all'interno di quella matassa che tanto spaventa e tanto affascina. Tutta questa fitta rete è cucita su un telaio di qualità, costituito dalla bella musica che l'artista compone: dal pop in generale, al rock, al folk, allo swing, sono tanti i generi che si possono incontrare ascoltando le varie traccie, come tanti sono i pensieri e le influenze di pensiero che portano la cantautrice senese classe '86 a scrivere i suoi testi. 
La maggiore potenzialità di tutto il disco è, quindi, la carica testuale di ogni brano, in particolare l'importanza che Lisa Giorè attribuisce all'uso e alla scelta delle parole. Un esempio può essere la triade di canzoni  Sabbia, Danza Macabra e Settembre: oltre alle scelte sonore che, ovviamente, ci accompagnano all'interno di precise ambientazioni, l'artista sceglie egregiamente le parole adatte che ci fanno percepire ora l'aridità, ora il macabro e grottesco, ora l'umidità e ci fanno vivere a pieno il messaggio che vuole trasmettere. 
Fra gli altri brani da segnalare sicuramente la traccia che chiude il disco: L'effetto del vento, che con delle sonorità che un po' si distaccano dal resto dell'album ha il compito di sbrogliare (o almeno ci prova) quella matassa di pensieri che per nove traccia l'ha fatta da padrone. 
In conclusione, un disco interessante, appassionante e che ha tanto da raccontare e pone le sue radici musicali nel cantautorato italiano passato e presente, ma lasciandosi influenzare da tanti generi che forniscono al disco un suono caratteristico e riconoscibile. Giuseppe Vignanello.
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