sabato 22 ottobre 2016

Festa Cinema Roma, "Manchester by The Sea" di Kenneth Lonergan "un melò in sottrazione". La recensione

Lee Chandler, idraulico di Boston, riceve improvvisamente la notizia della morte di suo fratello Joe, che era rimasto a vivere nella piccola città di pescatori dove i due sono nati.
Dopo molti anni, Lee fa così ritorno nella cittadina, dove ritrova i suoi vecchi amici, la ex moglie da cui divorziò anni prima, ma soprattutto il figlio adolescente di Joe, Patrick. La piccola città marittima risveglia in Lee i ricordi di un passato sopito, ma mai realmente dimenticato; ma soprattutto fa riaffiorare il fantasma di un’antica tragedia, che aprì nell’uomo una ferita mai più sanata. Lee sta per tornare alla sua solitaria vita nella metropoli, quando la lettura delle volontà testamentarie di Joe gli rivela inaspettatamente di essere il tutore designato di Patrick.
Recensione:
Tra le visioni più interessanti di quest’ultima, nel complesso tutt’altro che memorabile, edizione della Festa del Cinema di Roma, c’è senz’altro il nuovo (melo)dramma di Kenneth Lonergan, Manchester by The Sea. È già, in un certo senso, una dichiarazione di intenti, il titolo del film di Lonergan, che ne riassume in buona parte le coordinate: siamo infatti di fronte a un racconto che dalle storie dei singoli (in particolare quella del suo dolente protagonista, interpretato da un notevole Casey Affleck) si allarga a comprendere quella di un’intera comunità, delle sue regole non scritte, dei legami primari che ne formano il tessuto sociale. Manchester, sì, ma by the sea: lontana anni luce, per la vita da cui è abitata, non solo dalla sua metropoli omonima, ma anche della vicinissima Boston. Con un mare che è finestra affacciata sul mondo esterno, ma anche emblema di una irriducibile alterità.
È, quello di Lonergan, un melò in sottrazione, che dipana la sua narrazione tra passato e presente, svelando gradualmente quel dramma che il protagonista cerca in tutti i modi (inutilmente) di tenere sepolto nel passato. La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista americano, racconta due segmenti di vita temporalmente separati, colti semplicemente nel loro prodursi: non c’è happy (o bad) ending, semplicemente perché l’ambizione è quella di raccontare una finestra di esistenza, una frazione di vita autentica che apre e chiude alcune istanze, ma ne lascia fatalmente in sospeso altre. Una frazione che, della vita reale, ha anche i toni: caratterizzati, questi ultimi, dall’alternanza senza apparente soluzione di continuità tra dramma e commedia, tra lacrime e più o meno catartiche (ma necessarie) risate.
Film di interpreti più che di regia (notevoli i due protagonisti principali, intorno al cui incontro/scontro si articola l’intera struttura del racconto), Manchester by the Sea è un melodramma degli affetti che tiene semicelata, come un tesoro prezioso, la sua componente emotiva. Il film di Lonergan (sceneggiatore prima che regista: e si vede) ha un vocabolario poco incline alle emozioni esplicite, all’espressione declamatoria dei drammi personali, alla catarsi come puro espediente narrativo e spettacolare. Al contrario, la sua ambizione di riprodurre il quotidiano si articola in una riuscita fusione di toni, nella fotografia di un frammento di esistenza senza inizio e fine reali, in un racconto che dalla dolorosa vicenda di un individuo si allarga fino a raccontare quella, colta con un attento occhio antropologico, di un’intera comunità. Sempre narrando con un garbo, e un necessario pudore, che non escludono la pregnanza dei contenuti, né la lucidità della resa complessiva.
La colonna sonora del film di Lonergan, a tratti ridondante, stride un po’ con l’asciuttezza che il regista ha scelto di dare al film; inoltre, nel momento in cui il registro narrativo sceglie, per intrinseche necessità di racconto, di farsi più esplicito (ne è un esempio la sequenza dell’incendio) il film perde parte della sua lucidità. I 143 minuti complessivi di racconto testimoniano di qualche difficoltà, da parte del regista, a tenere sempre dritta la barra del melò (pur giocato in understatement) e a mantenere la giusta compresenza tra dramma e commedia. Piccoli limiti e sbavature che comunque non inficiano il quadro d’insieme, apprezzabilmente lucido e ricco di sostanza, che il film riesce a costruire.


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