venerdì 9 settembre 2016

“Alien Passenger”, il disco di Libero Reina. L'intervista di Fattitaliani: la maggiore ispirazione viene da me stesso

L'Italia può contare all'interno del suo territorio diverse “capitali” per quanto riguarda la scena musicale. Più o meno dense a seconda del genere di riferimento, ma, in linea di massima, ricalcano la cartina delle grandi metropoli della nostra nazione. Questo, tuttavia, non vuol dire che non esistano nelle varie realtà provinciali artisti di grande caratura e di talento. È il caso di Libero Reina, giovanissimo cantautore della provincia di Agrigento che lo scorso agosto ha fatto uscire il suo nuovo disco “Alien Passenger”. Fattitaliani lo ha incontrato e ha discusso con lui della realtà della musica emergente in Italia e del suo nuovo prodotto.

Ciao Libero, come va, come sta andando il disco?
Ciao, tutto bene, grazie. Il disco sta andando molto bene: lo abbiamo presentato a Seccagrande di Ribera (Ag), a Caltabellotta (Ag) e anche nel mio paese, Santo Stefano di Quisquina (Ag). Le copie disponibili le ho vendute tutte, è andata bene e sta piano piano cominciando a girare fisicamente.
Complimenti. Ascolta, stiamo parlando di un'autoproduzione? Da chi è prodotto?
Si, è un'autoproduzione, ho fatto tutto da solo, dalle grafiche a tutto il resto. Poi logicamente mi sono appoggiato alle tipografie e agli studi di registrazione, ma di base, è un prodotto mio.
Quando è iniziato il tuo approccio alla musica, come ti sei avvicinato a questa forma di comunicazione?
Mah, si può dire che la musica c'è sempre stata. L'ho accantonata per un periodo, anche abbastanza lungo, poi è ritornata violentemente. Una serie di alti e bassi insomma, ma da quando avevo dieci, undici anni e ho iniziato a suonare la chitarra è presente nella mia vita. Poi ho cominciato anche a suonare altri strumenti e adesso è abbastanza constante.
Ma tu oggi, con questo disco, senti di appartenere alla scena musicale italiana?
Questo non posso ancora dirlo, non lo so. Più che altro non ho ancora avuto modo di confrontarmi con una realtà po' più grande. In fin dei conti ancora siamo in una dimensione provinciale, nella zona e non posso avere una visione generale. Tuttavia sono felice e soddisfatto e sarei pronto a confrontarmi con altri lavori più in là.
Proprio per quanto riguarda la scena nazionale: a quali artisti ti senti più vicino, più simile?
Per quanto riguarda la scena italiana non saprei proprio dire. Cioè, ho preso molto da tutto ciò che ho ascoltato ma alla fine le mie canzoni sono sempre dei lavori personali, non ho un nome in particolare da dire.
Neanche qualche artista un po' più classico che ti ha influenzato?
Beh, sì. Sicuramente De Gregori, De Andrè, i cantautori italiani un po' più datati insomma. Ho preso un po' di sound che ho sentito qui e là: il folk americano si sente senza dubbio nel mio disco, ma non è preponderante. È un po' un miscuglio di tutto, come ho già detto Alien Passenger è un album molto personale, la maggiore ispirazione viene da me stesso.
Parliamo un po' del disco, come si lascia intendere dal nome, il tema sembra essere quello del viaggio e del viaggiatore, quanto c'è di autobiografico?
C'è tantissimo, probabilmente quasi tutto. Con Alien Passenger parliamo del viaggio e del viaggiatore, ma è come se viaggiassero all'interno di noi. Vuol dire che, secondo me, all'interno di noi stessi abbiamo dei forestieri che è come se ci portassero a conoscere e cercare nuovi obiettivi. In ogni canzone è come se un estraneo viaggiasse dentro di me, è tutto un percorso, è come se ci fossero otto estranei, otto forestieri, uno per ogni canzone. È molto intimo come tema, anche se lo vediamo dal punto di vista esterno, perché alcuni brani sono dedicati a storie di migrazioni, ma, di base, si tratta di un viaggio interiore.
C'è un brano in particolare che senti più tuo?
Hope #232.
Perché proprio questo?
Per scrivere questo brano mi sono inspirato molto alla storia del mio trisavolo che è andato in Louisiana intorno alla metà del 1800. Sento questa traccia molto personale, è come se fosse un intreccio di storie: da una parte una mia vicenda interiore e dall'altra un evento che posso trovare nei miei libri di storia, nelle mie radici. È questo connubio che mi fa amare questo brano.
Ho notato che, fra i brani, forse Caffelatte e foglie rosse è quello che possiamo definire più discografico, radiofonico insomma. È una scelta volontaria?
Guarda puoi dire anche commerciale (ride, ndr). Beh, sì, sicuramente sono d'accordo, ma non è assolutamente volontario, personalmente non scrivo mai un brano a tavolino. Questo brano è nato in cinque minuti, ho davvero perso l'autobus quel giorno, e meno male a questo punto (ride, ndr), perché è venuto fuori questo. È stato anche preso per un contratto semestrale da un'etichetta romana e ha fatto undicimila visualizzazioni su youtube in una settimana. A quanto pare è un brano che può funzionare.
Un'ultima domanda ormai di rito: dopo questo disco? Ovviamente suonarlo e portarlo in giro, ma ci sono altri progetti in cantiere?
Beh, a parte le presentazioni e suonare tanto, vedremo. Voglio cercare sempre di andare oltre, ma voglio anche continuare a fare ciò che sto facendo. Voglio lasciare tutto le porte aperte, se ci sarà da viaggiare si viaggerà, in questo momento devo riequilibrare tutto e poi continuare sempre dritto per come, d'altronde, ho sempre fatto.
Perfetto, grazie del tempo che ci hai dedicato e complimenti per disco.
Grazie a voi, è stato un piacere.

Giuseppe Vignanello