lunedì 29 agosto 2016

Todi Festival, il 30 agosto "Verdi’s mood e le donne". Fattitaliani intervista il regista JUAN DIEGO PUERTA LOPEZ

Verdis’mood e le donne, in scena al Todi Festival il 30 agosto, è uno spettacolo corale. Cinzia Tedesco dà voce alla parte cantata e Maddalena Crippa interpreta la parola delle donne di Verdi.
C’è un affiatamento molto forte non solo tra di loro ma anche con il quartetto di musicisti che suonano dal vivo. Un vero e proprio Concerto dove la musica s’intreccia con la parola. L’idea prende respiro dalla vita di Verdi ma non si racconta la sua storia che è già stata ampiamente raccontata. Si sono ispirati al Maestro solo per creare un nuovo progetto che è ancora in via di sperimentazione, non è finito perché lo spettacolo cambia per sorprendere continuamente. Tra chi sta sul palco ed il pubblico si instaura da subito una grande sinergia, grazie anche al fatto che il testo tocca le corde più profonde dell’animo umano e spezza la distanza creando un rapporto intimo che arriva al cuore delle persone. Juan Diego Puerta Lopez, il regista più che un condottiero è n Capitano di una grande ciurma che guida e da cui si lascia guidare perché la collaborazione è fondamentale per dare maggiore valore artistico all’opera teatrale. Il Teatro è la finestra della sua casa di Medellin dalla quale affacciandosi da bambino, vedeva tanta violenza invece adesso vede tanti bambini spensierati giocare liberamente. Si è prestato volentieri ad una chiacchierata parlandoci dello spettacolo, delle donne che hanno accompagnato la sua infanzia a partire dalla mamma che è stata ed è ancora la sua sostenitrice principale. Toccando anche le corde più profonde di chi poneva le domande…
Nell’ultimo lavoro in scena al Festival i Todi il 30 agosto, le eroine verdiane danzano e parlano immerse in armonie jazz, come nasce il progetto?
Nasce da un progetto musicale di Cinzia Tedesco che in maniera straordinaria è riuscita a combinare le arie di Verdi in chiave jazz. Mi ha chiamato perché voleva che il percorso musicale diventasse uno spettacolo teatrale. Quando ho visto per la prima volta il Concerto, ne ho subito apprezzato il grande valore artistico ed ho accettato. Ciò che mi ha più colpito è stato come far funzionare due momenti artistici in uno solo. Dal nostro primo incontro abbiamo cominciato a pensare come poter realizzare questo esperimento e tassello dopo tassello abbiamo cominciato a costruirlo. Abbiamo chiamato il drammaturgo Gianni Guardigli e gli abbiamo dato il compito di costruire una drammaturgia, ispirandosi alle donne che erano intorno a Verdi come la prima moglie, Margherita Barezzi che è morta molto giovane o la seconda, Giuseppina Strepponi che ha ispirato gran parte delle sue opere o il soprano Teresa Stolz che ha cantato l’Aida ed altre eroine della sua vita privata. Guardigli si è liberamente ispirato alle Lettere ma nel testo ne verrà letta soltanto  una reale, mentre le altre sono tutte inventate, ovviamente tenendo conto del rapporto tra Verdi e le sue donne. Ho ammirato sempre l’attrice Maddalena Crippa ed ho pensato che fosse la persona giusta per dare voce a queste donne. L’abbiamo invitata ed è stata subito entusiasta di poter collaborare al progetto.
Un omaggio al Maestro Verdi ed a tutte le donne. Quali donne hanno segnato maggiormente la sua vita? 
Mia madre che ancora oggi è il motore e la forza che mi spinge ad andare avanti e che mi ha fatto emigrare in un altro Paese molto lontano da Medellin dove sono nato. Mi ha sempre sostenuto e cullato i miei sogni, i miei desideri e le mie ambizioni. Ho la fortuna di averla ancora in vita e il suo sostegno non viene mai meno. Ho sempre vissuto in una famiglia con molte donne. C ‘erano le mie zie, mia nonna. La mia infanzia l’ho vissuta in Colombia negli anni ’70 quel periodo era molto duro. C’era il narcotraffico, la guerra civile. Le donne di casa sono state fondamentali perché hanno preso in mano le redini della vita quotidiana continuando a lavorare e a sognare. Sono state portavoce di una speranza che un domani tutto potesse cambiare sia in famiglia che nel Paese. Sono molto legato all’affetto di queste persone. Ovviamente adesso è tutto cambiato. Sono tornato l’anno scorso a Medellin e dalla finestra della mia casa non vedevo più violenza ma tanti bambini liberi di giocare e spensierati. Questa immagine mi ha commosso molto.
Nel 1990 si è trasferito a Roma che ricordi ha dei primi anni da straniero nella Città eterna? 
Amavo molto il cinema italiano, il mio primo ispiratore è stato Federico Fellini e sognavo di venire nella sua terra. Sarei potuto andare a New York in America, avevo ventisei anni ed il mio pensiero era però rivolto all’Europa. A livello intellettuale ed artistico mi piace molto l’Italia. Dopo questo mio percorso teatrale, vorrei cominciare a fare il cinema. La mia scuola di formazione e di vita era l’Italia in quel momento. Sono arrivato senza conoscere nessuno, non parlavo italiano ma c’era sempre il sostegno fondamentale di mia mamma che mi faceva andare avanti nei momenti più sconfortanti. Ero sopravvissuto alla realtà dura della Colombia e sono riuscito ad adattarmi ed a conoscere tante persone. Oggi posso dire che ho grandi amici che hanno sostenuto questo mio percorso ed è anche grazie a loro che sono qua a raccontare la mia storia ed a continuare a lavorare. Loro dono diventati parte della mia famiglia.
La sua consacrazione è avvenuta nel 2005 al Festival dei due Mondi di Spoleto con “Carne”. Ha mai avuto paura di non farcela? 
Tante volte ho pensato di non potercela fare per le difficoltà incontrate ma ho avuto sempre fiducia anche nelle persone che ho incontrato e che mi hanno sempre aiutato. Mi sentivo solo ma anche fortunato di essere in Europa ed in Italia. Per un sudamericano è molto difficile arrivare nel Vecchio Continente ed io avevo avuto la fortuna di esserci. Il mio pensiero era quello che ce la dovevo fare e se fosse andata male, sarei tornato a casa. Ho trovato la forza ed il coraggio per andare avanti.

Thomas Bernard diceva “Il teatro era una possibilità di essere costantemente tra esseri umani. È ancora così”? Sì per me fare Arte è anche il pretesto di raccontare l’Essere umano, di emozionare. Senza l’essere umano non possiamo trasmettere un sentimento. Sul lavoro per me è importante la collaborazione non mi considero un Regista ma uno che guida la barca e dà la possibilità ad altre persone di creare un percorso comune. Ogni incontro sia con un attore che con un tecnico, è unico. E’ l’incontro pieno di umanità che permette di creare un lavoro artistico. Tutti fanno parte del percorso artistico creativo. Non si può pensare di poter fare tutto da solo, senza la collaborazione di nessun altro. Non credo nella genialità ma nella collaborazione, nel dare fiducia, nell’ispirarsi ed affidarsi ad idee altrui. Per il bene dell’opera è importante ascoltare gli altri, da ciò possono nascere delle idee che non avresti mai pensato. E’ fondamentale per un Regista ascoltare ed accogliere anche le idee degli altri. Uno spettacolo teatrale non si crea a tavolino, a casa, da solo e poi arrivi e pretendi che tutti come se fossero delle macchinette, seguano le tue idee. L’attore per me è anche un creatore. Quando gli dai il copione, le cose che non sono scritte le deve ricreare con il regista. Come un bambino, il nostro è un mondo tutto da giocare. Senza avere paura. Elisabetta Ruffolo.
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