domenica 14 agosto 2016

Rossini Opera Festival di Pesaro, "Il Turco in Italia": intervista a Speranza Scappucci

È andata in scena al Rossini Opera Festival di Pesaro - prossime repliche domani e giovedì - una allegra edizione de "Il Turco in Italia": atmosfere cinematografiche che ricordano i film di Fellini, create dalla regia originale e assai movimentata di Davide Livermore, ottimo il cast e sul podio una nuova stella della direzione d'orchestra, già impegnata nei maggiori teatri lirici del mondo: Speranza Scappucci. Il servizio di Luca Pellegrini.
Non è come Fiorilla, anche se è un personaggio che ama moltissimo, insieme a tutta l'opera. Questa "donna capricciosa ma onesta", come recita la locandina, confessa, entrando in scena nel primo atto del "Turco in Italia" di Rossini: "Non si dà follia maggiore dell'amare un solo oggetto", mentre Speranza Scappucci, che l'ha diretta con grande brio e innato senso teatrale, ama davvero un solo oggetto: la bacchetta con cui dirige un'orchestra. E, naturalmente, da sempre, la musica. Le ha dedicato tutta la vita, con sacrificio e volontà. Così ricorda la sua infanzia, già permeata di note, sempre accompagnata dall'amore dei genitori.
R. – Io da bambina ho studiato il pianoforte. Ho cominciato a quattro anni, seguendo mia sorella. La musica – diciamo – mi ha accompagnato per tutta la mia vita, fa parte della mia esistenza. Quindi non ricordo nemmeno la vita prima, senza la musica. Poi i miei genitori mi dicono che spesso mi alzavo cantando delle melodie. Forse, già da piccola, avevo questa inclinazione. La bacchetta non è mai stata un sogno, nemmeno un’idea fino a cinque anni fa quando, dopo aver lavorato tanto nei teatri, anche vicino a grandi maestri, mi sono resa conto che avevo un bagaglio musicale molto grosso.
D. – La prima volta che ha avuto davanti un’orchestra - non credo si possa immaginare che cosa significhi per chi non l’ha mai fatto – che cosa ha pensato?
R. – Intanto, quando ho studiato al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma e poi alla Juilliard School di New York ho sempre fatto moltissima musica da camera. Quindi ho sempre amato fare la musica con gli altri. Quando ti trovi sul podio hai questa sensazione di dire: “Ci sono questi musicisti che hanno bisogno della mia idea musicale”, e quindi non c’è tempo per pensare troppo, bisogna fare subito. Più che altro come ti rivolgi all’orchestra nel momento delle prove, cioè cosa racconti ai musicisti del “Turco in Italia”: perché quel suono lo vuoi fatto in un certo modo piuttosto che in un altro. Questa, secondo me, è la cosa affascinante, la cosa più bella del mestiere del direttore d’orchestra.
D. – E le prime cose allora che all’orchestra, qui a Pesaro, ha raccontato del “Turco” quali sono state?
R. – Io sono salita sul podio e ho detto: “Cominciamo”. L’abbiamo letta e poi mi sono fermata e appena ho visto sulla pagina l’inizio di questa ouverture – per chi non conosce l’opera comincia con delle terzine - che spesso in varie registrazioni del passato che ho sentito è fatta molto lenta, ho detto: “Questa è la schiuma del mare, dell’onda che sta arrivando, del Turco che arriva”. Quindi ho subito pensato che dovesse essere frizzante, piena di energia. In tutto “Il Turco in Italia” è completamente presente il tema dell’acqua, del vento e del mare.
D. – Che ruolo ha avuto la famiglia nella carriera di Speranza Scappucci?
R. – Per me un ruolo fondamentale. Intanto, perché la mia famiglia ama molto la musica: mio padre, mia mamma. Da sempre, da quando eravamo piccoli, ci hanno portato ai concerti, all’opera. Hanno sempre fatto i sacrifici necessari per darci una educazione musicale e poi hanno avuto il coraggio, secondo me, di dire a 19 anni: “Prendi, vai a New York da sola a studiare in questa scuola”. Ancora oggi vengono sempre ai miei spettacoli e sono in camerino ad aiutarmi. E’ fondamentale – direi – la famiglia.
D. – A proposito di camerino, che cosa fa il maestro Scappucci quando lascia il camerino e si avvia verso il podio, dinanzi alla buca?
R. – C’è un momento di concentrazione mentre si scende dalle scale. Io porto sempre con me il rosario, perché sono molto devota alla Madonna e quindi questa è una cosa che mi porto sempre con me sul podio. Niente, ci si affida al Signore o al destino. Siamo sotto le stelle! Perché in ogni recita c’è l’imprevisto, può succedere di tutto e soprattutto bisogna essere molto concentrati. Insomma, la protezione dall’alto aiuta. Luca Pellegrini, Radio Vaticana, Radiogiornale del 14 agosto 2016.

Nessun commento:

Posta un commento

COMMENTI
Attenzione: tutti i commenti anonimi verranno moderati e pubblicati solamente dopo l'approvazione della redazione di Fattitaliani.it.