martedì 2 agosto 2016

Be a Bear (Filippo Zironi) e il 1° disco realizzato interamente con un iPhone. L'intervista-recensione di Fattitaliani

Il personaggio del musicista mascherato, storicamente, deve qualcosa ad artisti del calibro di Buckethead, o, nel caso specifico dell’elettronica, a Deadmau5 o ai Daft Punk. In Italia senza dubbio mi vengono in mente i Cani delle origini con i loro sacchetti del pane in testa.

La maschera quindi nasconde e allo stesso tempo pone sotto i riflettori l’artista, sottolineando un’aura di mistero o pseudo tale che può solo giovare all’immagine del musicista stesso.
Il caso di Be a Bear, tuttavia, è differente. Sappiamo benissimo chi si cela dietro la maschera da Orso. Il suo nome è Filippo Zironi: ex chitarrista del gruppo ska-punk bolognese “Le braghe corte”. Un nome e un volto ben precisi che si sono -almeno temporaneamente - allontanati da un determinato ambiente musicale per abbracciare un’altra causa, fatta di innovazione e progresso.
Infatti il disco, uscito il 3 maggio 2016, dal titolo Push-e-bah, è il primo in Italia registrato tramite l’ausilio esclusivo di un IPhone.
Un disco che era già apparso-in pillole- sui social network, anche se il rapporto fra il musicista e questo mezzo di comunicazione non è sempre stato dei migliori. Lo ha raccontato lui stesso :- "Fa un po’ strano ma non ho mai amato i social network, sono arrivato su Facebook "dopo gli altri" e prima di Be a Bear avevo a malapena 80 amici!!! Però ho sempre riconosciuto la loro efficacia, la loro potenza e la loro forza comunicativa. Con Be a Bear ho puntato molto sui social, li ho "sfruttati" e devo dire che senza sarebbe stato molto difficile.”
Quello che ci viene proposto è un mix di dieci brani, dove il cantato è rarissimo e lascia molto spazio ad un ritmo e a delle melodie piacevoli e coinvolgenti. Su un tappeto musicale elettronico si inseriscono suoni comuni e provenienti dalla vita di tutti i giorni: quella che sembrerebbe la voce di un neonato in My Lullaby e un chiarissimo rimando alla musichetta di un cellulare in Accellerate 7.0 sono solo due esempi di come tutto il disco profumi di quotidianità. Quest’atmosfera familiare insieme alle più che immediate modalità di produzione fanno pensare che Push-e-bah sia un prodotto istintivo, in cui il ragionamento e lo studio lasciano il tempo che trovano; la fanno da padrone, invece, la voglia di fare, di creare e la grande originalità che l’orso dimostra in ogni brano. Un’ipotesi che viene in parte smentita, in parte confermata dall’artista stesso che a Fattitaliani spiega come da situazioni più che quotidiane partano le sue grandi riflessioni: - “Può sembrare strano ma le canzoni nascono semplicemente lasciandomi trasportare da quel che mi passa per la testa, è spontaneità allo stato puro, mi piace improvvisare e lasciarmi guidare dall'istinto, dalle emozioni. Quindi le canzoni nascono da esperienze fatte recentemente, da momenti importanti della mia vita, riflessioni dell'ultimo periodo. Ma anche cose semplici e apparentemente stupide. Per esempio STRIPLIFE è nata sulla tazza del cesso. Stavo guardando un video che mi era capitato sotto gli occhi di alcune registrazioni della "musica dello spazio" fatte dalla Nasa. Nell'universo c'è musica ed è impressionante capire come anche attraverso questi suoni sia grande l'universo e ...in un attimo però rendersi conto di quanto siamo piccoli piccoli noi esseri umani. Il problema è che spesso l'uomo si sente troppo grande e fa un sacco di cazzate...”
La traccia più rappresentativa si può trovare già all’inizio del disco: Don’t say no, il mantra che viene ripetuto e dà il titolo al brano, suona più come un ordine che come un consiglio. Ciò che ne esce fuori è comunque un pezzo piacevole che, come il resto del disco, si può sia ballare, sia tenere come sottofondo, sia ascoltare in cuffia. Insomma un prodotto duttile, semplice e diretto che fa onore all’artista che lo ha prodotto e alle sue potenzialità.
Un musicista ha sempre delle influenze, Be a Bear non fa eccezione e ha elencato le sue: - “Nell'ultimo periodo sicuramente sono rimasto colpito e quindi anche influenzato dai Moderat, da Apparat, dagli Atoms for peace e dai Gorillaz. Però ascolto e ho ascoltato tantissima musica, dal punk "marcio" fino ad arrivare al misticismo dei Sigur Ròs. E poi vabbè, c'è Calcutta...”.
Inoltre Filippo ha spiegato perché la scelta dell’orso come animale simbolo: - “Il nome Be a Bear (e quindi la figura dell'orso) prende spunto da un viaggio fatto in Canada dove ho avuto la fortuna di conoscere da vicino la cultura dei nativi americani. Ero infatti ospite di una signora che apparteneva alla tribù dei Mohawk. L'orso è un animale sacro e simbolo di tutte le tribù e quindi ho scelto di usarlo come nome per il mio progetto. Da questa avventura in Canada sono tornato a casa cambiato e arricchito a livello personale dunque l'idea era creare qualcosa che mi potesse "spiazzare" anche a livello musicale. 
Per me vivere da orso vuol dire tirare fuori la parte più selvaggia, quella che di solito nascondiamo meglio; dovremmo essere tutti più animali e meno uomini, più legati alla nostra terra, più in contatto con la natura. Più selvaggi.
L’orso quindi è famelico: il suo miele è un suono fresco ma toccante di cui né lui né noi siamo ancora sazi.
Giuseppe Vignanello


Nessun commento:

Posta un commento

COMMENTI
Attenzione: tutti i commenti anonimi verranno moderati e pubblicati solamente dopo l'approvazione della redazione di Fattitaliani.it.