giovedì 18 agosto 2016

Al Rossini Opera Festival il "bel canto" di Juan Diego Flórez. L'intervista: bisogna cantare con l’espressione e la chiarezza

Juan Diego Flórez festeggia i suoi vent’anni di presenza al Rossini Opera Festival con un concerto in programma venerdì 19 agosto, “Flórez 20”, già esaurito da mesi. Il tenore peruviano è stato anche protagonista de “La donna del lago” andata in scena in un allestimento firmato da Damiano Michieletto e diretto con grande passione e chiarezza da Michele Mariotti. Il servizio di Luca Pellegrini: 

Opera affascinante, “La donna del lago”: è stata un trionfo, l’apice del bel canto rossiniano, la “liquidità” delle ornamentazioni che si addensano poi sulle brume musicali più romantiche e che Rossini fa proprie, con la sua vena creativa, il suo genio assoluto. A Pesaro lo spettacolo era evocativo, un rituale della memoria, la compagnia di canto superba. Tra le nuove personalità di artisti ai quali si è aperto un orizzonte di successi, tornava al Festival il tenore Juan Diego Flórez, che ha ancora una volta ammaliato il pubblico, dando al personaggio di Giacomo V un vigore romantico sorretto da una vocalità adamantina, insuperabile nelle languide profferte d’amore, nelle vorticose agilità vocali. E’ nato a Lima, lì ha vissuto i suoi primi anni, poi è diventato uno dei cantanti più famosi e amati della scena internazionale. Lo abbiamo incontrato dietro le quinte, al termine di una osannata recita:
R. – Ricordo che mi sono avvicinato al canto lirico a scuola, dove il nostro professore amava molto la zarzuela. Facevamo molti spettacoli e io imitavo il canto lirico che lui faceva, avevo 15 anni. Poi mi sono interessato al genere musicale; inizialmente facevo pop. Così ho imparato un paio d’arie, sono entrato al conservatorio, mi è piaciuto e ho deciso di fare lirica. Dopo di che sono andato a studiare negli Stati Uniti. Dopo sei anni di studi ho debuttato qui.
D. – Torna in Perù qualche volta? Quando torna, qual è il suo sentimento?
R. – Lì ho una fondazione, la “Fondazione sinfonia per il Perù”. Mi occupo di circa quattromila bambini. Ci sono tantissime orchestre e centri musicali in tutto il Perù. Torno in Perù principalmente per questo.
D. – Un incontro fondamentale nella sua vita è stato proprio quello con Ernesto Palacio...
R. – Esatto. Nel 1994 ero ancora studente a Philadelphia. Lui mi disse: “Voglio che tu faccia carriera”. Dopo di questo mi ha invitato a fare un disco al Festival di Gerace, ho fatto il "Tutore burlato". Nel 1995 abbiamo fatto un altro disco, “Le tre ore dell’agonia” di Zingarelli. Studiavo con lui e da lì è iniziato un rapporto maestro-studente che mi ha aiutato molto in modo particolare all’inizio della mia carriera.
D. – Qual è stato l’insegnamento più importante che le ha dato Ernesto?
R. – Cantare con l’espressione e con la chiarezza. Diciamo che lui non è un maestro di canto, ma quello che ti dice è più importante.
D. – Che ricordo ha di quella fatidica Matilde del 1996?
R. – Ricordo che ero semplicemente immerso nello studio delle note – avevo imparato tutto in pochi giorni – e ho cantato quasi senza coscienza. Alla fine, quando sono andato a prendere gli applausi che non mi aspettavo, è arrivato questo applauso enorme e mi sono spaventato! Mi sono detto: “Ma che cosa è?”. Dopo di questo è iniziata la mia carriera.
D. – Sono passati 20 anni. Che cosa ha significato Rossini per lei in questi anni non soltanto come artista?
R. – Rossini è un po’ un maestro di vocalità, no? Per me tornare a cantare Rossini almeno una volta all’anno mi mette in un buon ordine di cose, nel senso che vocalmente mi rimetto in sesto, ricomincio la stagione con il piede giusto.
D. – Questo concerto “Flórez 20” cosa significa per lei?
R. – È una grande soddisfazione che il Festival abbia voluto festeggiarmi, in un certo senso, con questo concerto. Canterò pezzi delle dieci opere che ho cantato qui. Luca Pellegrini, Radio Vaticana, Radiogiornale del 17 agosto 2016.