martedì 12 luglio 2016

2° Premio Cendic-Segesta, bando scade il 13 luglio. Intervista al Presidente Maria Letizia Compatangelo

Intervistare Maria Letizia Compatangelo Presidente della Prima e della Seconda edizione del Premio Cendic - Segesta è stato come aprire i cassetti dei ricordi e poterli condividere.
Drammaturga e autrice di numerosi saggi. tra cui uno sulla Prosa in Televisione, ci illustra i meccanismi di partecipazione al Premio, il cui bando è in scadenza il 13 luglio: la doppia giuria drammaturga e tecnica e la garanzia dell’anonimato degli autori che in questo modo vincono perché sono bravi. Parla della drammaturgia italiana lasciata ai margini per molto tempo, della mancanza di una legge quadro sullo spettacolo dal vivo ed anche di giovani a cui è impedito di fare la gavetta.
Lei è Presidente della Seconda edizione del Premio Cendic – Segesta, quali sono le novità di quest’anno? A dir la verità è andato così bene che abbiamo cercato di restringerle alla questione organizzativa. Nel senso che la Giuria dei Drammaturghi, sarà organizzata in gruppi di lettori ai quali andranno alcuni gruppi di copioni, mentre l’anno scorso in maniera veramente molto donchisciottesca, ognuno di noi si è letto tutti i copioni, ossia 90 in meno di un mese: è stato un tour de force non riproponibile, anche perché tutto è fatto sempre in maniera volontaria e gratuita. Questo lo devo dire anche nei confronti della Giuria tecnica, il loro è un gesto di solidarietà e di vicinanza agli autori italiani. Abbiamo perfezionato queste cose e specificato il campo del Mito con riferimento alle opere del grande studioso inglese Robert Graves. Le cose fondamentali però rimangono invariate, ovvero che il premio consista nella messa in scena: grazie al Centro Teatrale Meridionale diretto da Domenico Pantano, ciò è stato realizzato nella prima Edizione e così come avverrà nella seconda. Mentre staremo scegliendo il nuovo vincitore o la nuova vincitrice dell’edizione 2016, il testo vincitore della prima edizione debutterà infatti a Segesta, il 3 agosto. La grossa novità è rappresentata dalla partecipazione del Teatro di Roma e delle Biblioteche di Roma alla Rassegna dei testi finalisti. Essendo il Premio Cendic pensato dagli autori per gli autori, abbiamo cercato di realizzare ciò che ogni autore desidera: avere innanzitutto la messa in scena e poi che questa partecipazione o un piazzamento al Premio non si esaurisca con un saluto, un complimento, una Targa. E’ per questo che ogni finalista avrà una serata in Teatro, dove presenterà il suo Testo a degli attori, a degli studiosi. E’ un riflettore che si accende sul lavoro di ogni autore, che è quasi sempre molto solitario. Parteciperanno alla realizzazione di questa Rassegna, ospitandola, il Teatro di Roma e le Biblioteche di Roma con gli attori della Scuola di Perfezionamento del Teatro di Roma. L’altra caratteristica fondamentale del nostro Premio è l’anonimato, che è stato molto apprezzato ed ha funzionato molto bene. Nessuno di noi ha conosciuto il nome del vincitore fino a quando la giuria tecnica si è espressa designando il testo vincitore tra i finalisti. Il vincitore è un giovane autore ventisettenne, allievo della scuola del Biondo di Palermo. L’anonimato è garantito anche quest’anno dal Notaio Maria Borsellino D’angelo. L’opera viene letta e giudicata da persone competenti, per questo è stato istituito il meccanismo della doppia Giuria, la prima composta dai drammaturghi, che selezionano la cinquina dei finalisti. Questa viene giudicata dalle Professionalità teatrali: una regista, un’attrice, un critico teatrale, un rappresentante della parte distributiva e poi un regista-produttore. Il Premio è gratuito, viene spedito tutto in via elettronica, non ci sono spese per l’autore.
Nell’ambiente il grido di dolore è unico “Il Teatro è in crisi, il Teatro è morto”. Perché? 
La drammaturgia italiana è stata lasciata ai margini per molto tempo, un po’ perché con l’avvento del Teatro di Regia nel dopoguerra si è pensato a suo tempo ad un desiderio di sprovincializzazione, ci sono stati vent’anni di fascismo che hanno fatto segnare il passo all’Italia dal punto di vista della chiusura degli orizzonti culturali - anche se c’è stato comunque Pirandello che ha vinto il Nobel. Ciò ha fatto sì che il teatro si sia rivolto al nuovo, sia dal punto di vista della regia sia dal punto di vista dei testi stranieri. Anche questo però è diventato una sorta di provincialismo, perché l’esterofilia non è altro che questo. A ciò non è seguita una legge quadro sullo spettacolo dal vivo, per anni siamo andati avanti a circolari per cui alla fine ci siamo rassegnati alla mancanza di un regolamento. Il nostro provincialismo si è spinto a dire che dovevamo essere europei senza contare che i nostri cugini europei difendevano la propria drammaturgia e lo facevano da decenni… se non da secoli, come nel caso dell’Inghilterra e della Francia. Il MIBACT ha fatto una riforma dei criteri di distribuzione del FUS ed anche della ristrutturazione dei nostri Teatri pubblici, ispirandosi al modello francese, dimenticando però che la Francia ha quattro teatri nazionali, di cui due sono dedicati alla drammaturgia francese ed uno di essi alla drammaturgia francese contemporanea. Non c’è stato nulla che abbia difeso la drammaturgia italiana contemporanea e con essa l’identità culturale e la lingua nazionale. Tutto questo è stato visto come vecchio, stantio, provinciale. Dalla metà degli anni ‘80 c’è stata un’inversione di tendenza, con una maggiore attenzione verso la drammaturgia italiana, ma sempre in maniera molto saltuaria, e si aveva maggiore attenzione della critica a seconda se si apparteneva all’una o all’altra corte. Come struttura la drammaturgia italiana non è entrata nella produzione perché come diceva Umberto Orsini “ci deve pensare lo Stato”, invece lo Stato non ci ha mai pensato. Per questo motivo ci siamo costituiti in un’associazione che ha nel nome il suo obiettivo statutario e cioè che lo Stato istituisca un Centro di drammaturgia italiana contemporanea ed un Teatro per la drammaturgia contemporanea. Il prossimo autunno abbiamo intenzione di rilanciare l’Appello Cendic “Per un Teatro della Drammaturgia Italiana Contemporanea”, che nel 2014 ha raccolto 1300 firme tra gli addetti ai lavori, perché questa richiesta ormai è avvertita trasversalmente come un’esigenza che non si può più rimandare. Sono venuta fuori come autrice perché ho vinto il Premio IDI… che è stato chiuso nel 98. Dal 2011 è stato chiuso anche l’ETI.
I 200 drammaturghi del Cendic vogliono riempire un vuoto istituzionale. Riusciranno mai in quest’impresa? 
Stiamo lavorando per promuovere la drammaturgia italiana all’estero, stiamo lavorando per la formazione del pubblico e la formazione degli autori: lo Stato ad un certo punto dovrà rispondere e dedicare uno dei Teatri Nazionali alla drammaturgia italiana contemporanea, non solo come scelta individuale ed artistica di un Direttore illuminato, ma come una scelta strutturale, incardinata in una legge e quindi nella nuova legge sullo spettacolo dal vivo che si sta ricominciando a discutere. Speriamo di riuscire a far sentire la nostra voce. Abbiamo anche chiesto un’audizione alla Commissione Cultura del Senato, ci hanno riposto che ci chiameranno non appena tratteranno la materia.
Ha parlato di formazione ed in un’altra intervista aveva già espresso il suo pensiero “Per i giovani è diventato impossibile costruire una vita lavorativa con il Teatro. A loro è vietata la possibilità di fare la gavetta”. E’ ancora così? Che futuro hanno questi giovani? 
A proposito di drammaturgia, un’altra cosa che non si è mai voluto capire è la necessità di una Scuola di Formazione perché il Talento può esserci o meno ma se c’è va comunque educato. Le basi servono per risparmiare tempo e strada, per guadagnare credito, per porsi in maniera seria e professionale e poi si può realizzare quel meraviglioso incidente che è l’arte.
Ha scritto un saggio sulla Prosa in Tv, come mai è scomparsa? 
Ad un certo punto la RAI non ha seguito più il gradimento ma l’audience, ossia gli indici di ascolto, ha cominciato ad inseguire la televisione commerciale e a relegare sempre di più il Teatro tra i programmi culturali di “nicchia”. Sono assolutamente contraria a ghettizzare la Cultura, perché essa può essere anche intrattenimento ed invece è stata sempre più relegata in programmi di seconda o terza serata. Quando avevamo uno o due canali, la prosa veniva fatta in prima serata ma tutti ne erano compiaciuti. Il Teatro è scomparso perché si pensa per stupido provincialismo che la Cultura sia destinata solo ad una nicchia.

Elisabetta Ruffolo

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